Decreto Bankitalia: gli svantaggi sul lungo periodo

Tratto da L’Huffington Post, 5 dicembre 2013

 

Passato in sordina grazie al “cono d’ombra” della decadenza di Berlusconi, il cosiddetto Decreto Bankitalia ha cominciato a far parlare di sé negli ultimi giorni. Ancora troppo poco, però, in relazione alla portata epocale che potrebbe avere. Procediamo con ordine.

La Banca d’Italia fu istituita nel 1893 con la fusione di quattro banche d’emissione. Esistevano infatti allora, retaggio del periodo pre-unitario, ben sei istituti autorizzati dallo Stato a emettere moneta. Nel 1926 l’emissione divenne monopolio della Banca d’Italia. Nel 1936 la Banca divenne istituto di diritto pubblico: contestualmente le sue quote proprietarie furono trasferite a banche pubbliche, per un valore nominale di 300 milioni di lire – valore conservatosi fino a oggi, con conversione a 156.000 euro. La Banca d’Italia fu da allora tenuta a prestare direttamente solo alle banche o allo Stato.

Nel 1990 la Legge Amato procede alla privatizzazione del sistema bancario. Gli istituti di diritto pubblico sono trasformati in società per azione (tramite il passaggio alle famigerate “fondazioni bancarie“, che spesso ha rappresentato il passaggio del controllo dallo Stato ai politici, anziché ai normali privati). Per via indiretta, anche la Banca d’Italia andò dunque in mani private. A seguito delle fusioni bancarie, l’attuale assetto proprietario (consultabile sul sito della banca) vede come principali detentori di quote Intesa Sanpaolo (30,3%) e Unicredit (22,1%), con a seguire una serie d’istituti al di sotto del 7% (il pubblico, rappresentato da INPS e INAIL, detiene nel complesso poco meno del 6% delle quote).

Malgrado la privatizzazione dell’assetto proprietario, la Banca d’Italia rimane un istituto di diritto pubblico soggetto a numerose limitazioni nella sua attività. Oltre però alla contraddizione in essere per cui l’organo controllore è posseduto dai controllati, i vincoli pubblici alla Banca sono stati progressivamente ridotti. La Legge Carli del 1992 assegnò la decisione sul tasso di sconto al Governatore, senza necessità di concordarlo col Ministro del Tesoro. Il decreto 43/1998 ha subordinato la Banca d’Italia alla BCE. Nel 2006 un decreto presidenziale ha emanato il nuovo Statuto della Banca eliminando il riferimento alla quota maggioritaria di enti pubblici – cosa del resto già non più corrispondente ai fatti. Ma risalendo più indietro nel tempo, al 1981, si può segnalare la storica decisione di Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, che esonerò la Banca d’Italia dall’onere d’acquistare i titoli di debito pubblico (da allora, sebbene i tassi nominali d’interesse siano calati, quelli reali sono cresciuti, tant’è vero che il rapporto debito/PIL , che in vent’anni, 1960-1980, era aumentato dal 40% al 60%, nei trent’anni successivi è raddoppiato).

Giungiamo quindi al recente decreto varato dal Governo Letta. Il nodo del contendere sta in quel valore nominale della Banca d’Italia, rimasto fermo al 1936 e dunque a 156.000 euro. Gli Accordi di Basilea III hanno fissato nuovi requisiti patrimoniali per le banche. Le banche europee hanno così necessità di raccogliere ingenti capitali (280 miliardi secondo PricewaterhouseCooper) per soddisfarli. In Italia, le banche con quote nella Banca d’Italia hanno perciò già cominciato a rivalutarle nei propri bilanci. Come spiegato da Tito Boeri, il valore nominale d’una singola quota è pari a € 0,52; ma nei rispettivi bilanci le partecipanti le iscrivono invece a valori come € 5.380 (Banca Intesa) o € 13.781 (BNL).

Il decreto 133/2013 prevede che la Banca d’Italia, ricorrendo alle sue riserve, aumenti il proprio capitale fino a 7,5 miliardi di euro, con le quote di partecipazione che passano a valere € 20.000 ciascuna. Gli enti partecipanti potranno così registrare – pur non intascando nell’immediato nemmeno un centesimo – enormi plusvalenze sui loro bilanci, e lo Stato in cambio otterrà, grazie alla tassazione di questi guadagni, fino a 1 miliardo di euro.

Tutto bene dunque? Purtroppo, non si tratta solo di una mera operazione contabile. Infatti, gli enti partecipanti hanno diritto a dei dividendi calcolati in percentuale sul capitale. Negli ultimi 15 anni (ci appoggiamo sempre all’articolo del professor Boeri), annualmente la Banca d’Italia ha distribuito 46,5 milioni di euro. Ora il dividendo massimo è fissato al 6% del nuovo capitale. Il che vuol dire poter pagare fino a 450 milioni di dividendi l’anno, sottraendo denari che normalmente sarebbero finiti nel fondo di riserva (20% degli utili netti) e nelle casse statali (60-80% degli utili netti, a seconda della presenza di eventuali fondi di riserva straordinari). Ciò significa che nel giro di tre anni circa l’extra-gettito una tantum derivante dall’aumento di capitale di Banca d’Italia potrebbe essere annullato dalle minori entrate statali derivanti dalla ripartizione degli utili (e negli anni successivi rimarrebbe la perdita di entrate).

Il decreto prevede poi altre misure, la più importante delle quali è la fissazione del limite massimo del 5% di quote per ciascun ente partecipante. Sono quattro le banche che hanno attualmente quote superiori al limite, due delle quali (Intesa e Unicredit) assieme possiedono una partecipazione d’oltre il 50%. Il decreto prevede che Banca d’Italia possa acquistare temporaneamente le quote in eccesso. Ciò significa che Banca d’Italia potrebbe dover acquistare fino al 44,9% delle proprie quote, per un esborso di quasi 3,4 miliardi di euro (in aggiunta ai 7,5 miliardi dell’aumento di capitale).

L’obiettivo del ministro Saccomanni è rendere Banca d’Italia una public company, ossia un’impresa a proprietà diffusa (ovviamente di diritto privato, il termine “public” non deve indurre in errore). Questo tipo d’impresa è massimamente dipendente dal mercato e soggetta agli umori breve-periodisti degli investitori, interessati al shareholder value maximization e indifferenti al ruolo sociale e alla stabilità di lungo periodo dell’impresa stessa. Il decreto prevede la possibilità d’entrare nel capitale di Banca d’Italia anche a banche e assicurazioni non italiane, purché con sede in Unione Europea.

In prospettiva di più lungo periodo, si pongono altri due problemi. Lo Stato potrebbe decidere di tornare a essere il solo azionista di Banca d’Italia (come proposto recentemente da Giovanni Siciliano), o quanto meno quello di maggioranza. Così è stato dal 1936 fino ai primi anni ’90, e così è nella maggior parte degli altri paesi. Se ci si risolvesse a tale passo, il conto da pagare – ch’era di 156.000 euro fino a pochi giorni fa – ammonterebbe oggi a 7,5 miliardi, col rischio di ulteriore crescita se Banca d’Italia finisse quotata in borsa.

Il secondo problema concerne le riserve auree del paese. L’Italia possiede le quarte maggiori riserve d’oro al mondo, dopo USA, Germania e FMI. Tali riserve sono state costituite dalla Banca d’Italia per conto dello Stato, ma oggi che la banca centrale è di proprietà privata continuano a figurare nel suo patrimonio. Il loro valore è di circa 100 miliardi di euro e, per quanto appartengano indubitabilmente alla collettività italiana, tale titolo di proprietà potrebbe presto essere messo in dubbio dagli azionisti privati di una futura public company.

Ricapitolando: il “Decreto Bankitalia” garantisce allo Stato entrate immediate una tantum, ma ingenera una serie di perdite finanziarie e difficoltà che si faranno sentire dai prossimi anni.

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2 pensieri riguardo “Decreto Bankitalia: gli svantaggi sul lungo periodo”

  1. Non ho capito dove sarebbe lo scandalo! Se qualche demente fa promesse non mantenibile, poi ce la prendiamo con chi in qualche modo deve rimediare? Vogliamo anche colpevolizzare quei comuni che chiedo di rivalutare certe case dei centri di grandi città classificate come popolari e divenute nel frattempo ville principesche? Suvvia, cerchiamo di essere seri e casomai cerchiamo di fare in modo che politicanti d’ogni colore che profittano della credulità popolare x fare schifezze accumulando ricchezze senza neppure mai costruire niente di buono! Impariamo a mandare a casa chi usa la posizione dominante x rubacchiare e danneggiare la comunità smettendola di fare i tifosi di questo o quello e diventare degli sportivi!

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