E i Bot come moneta complementare per rilanciare l’economia?

Tratto da L’Huffington Post, 28 novembre 2013

 

La contestazione più frequente in cui incappa chi critica l’attuale modello economico del capitalismo finanziarizzato (vedi qui e qui), è quella secondo cui non vi sarebbe comunque alcuna alternativa preferibile o misura concreta che si possa prendere per cambiare lo status quo. Non è così. Ad esempio Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, nel loro Il film della crisi, pubblicato esattamente un anno fa da Einaudi, hanno accennato a una possibile soluzione basata sul concetto di moneta complementare.

Andiamo però con ordine. La mutazione del capitalismo cui si riferisce il sottotitolo del libro è quella occorsa, tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso, quando secondo gli Autori si ruppe l’intesa tra capitalismo e democrazia. Quell’intesa, che aveva garantito la ricostruzione postbellica e il più sostenuto ciclo di sviluppo economico della storia, si fondava su due compromessi. Il primo era che alla libera circolazione delle merci non corrispondeva la libera circolazione dei capitali, permettendo così allo Stato e al Lavoro di trattare alla pari col Capitale. Il secondo si sostanziava nell’interpretazione dell’impresa come ente socialmente responsabile.

La mutazione ha dunque luogo nel ripudio di quei due compromessi da parte del Capitale. (Si potrebbe ricordare qui la celebre battuta di Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, secondo cui la lotta di classe c’è, ma la sta conducendo – e vincendo – la classe dominante). Forzando la mano alla Politica e stimolando un mutamento culturale profondo nella società, il Capitale è riuscito a ottenere la libera circolazione dei capitali e la deresponsabilizzazione delle imprese votate solo alla massimizzazione del valore per gli azionisti (e non più alla produzione di ricchezza reale).

Di fronte alla crisi del modello finanziarizzato basato sul debito (descritto dagli Autori ma su cui qui non ci soffermiamo, avendone già parlato di recente), Ruffolo e Sylos Labini cercano nella storia un modello da cui trarre ispirazione. Vi fu infatti un paese che, in preda a una crisi finanziaria, economica e sociale apparentemente esiziale, riuscì in pochissimi anni a riprendersi, raggiungere la piena occupazione (dal 20% di disoccupati che aveva) ed affermarsi come una delle prime potenze produttive e tecnologiche del mondo. Purtroppo quell’esempio non è tra i più facili da proporre, trattandosi della Germania anni ’30.

Tuttavia, né Ruffolo (ex ministro socialista) né Sylos Labini (figlio del celebre economista Paolo) sono sospettabili di simpatie per l’estrema destra. Inoltre, come osservò Keynes proprio commentando questo caso, il fatto che un “un metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa”.

Il metodo in questione è quello adottato da Hjalmar Schacht, ministro tedesco dell’economia tra il 1934 e il 1937 (per la cronaca, Schacht cadde poi in disgrazia agli occhi di Hitler, che lo fece anche imprigionare nel 1944, e fu assolto a Norimberga). La Germania doveva affrontare allora sia la recessione – disoccupazione al 20%, casse statali vuote – sia la crisi mondiale – fine degl’investimenti dall’estero, richiesta di pagamento delle riparazioni, attacchi speculativi sulla moneta – sia vincoli esterni – le potenze vincitrici avevano imposto a Versailles una serie di parametri finanziari che la Germania doveva rispettare.

Sia per aggirare i vincoli imposti dall’esterno, sia per stimolare la domanda senza creare inflazione, Schacht ricorse alle obbligazioni MEFO. La MEFO altro non era che una compagnia statale di facciata, inesistente in realtà ma necessaria per emettere queste obbligazioni per conto della Banca Centrale. Le obbligazioni servirono a pagare commesse statali all’industria: grazie all’escamotage il programma d’investimento non richiedeva né di drenare risorse dall’economia, già depressa, con nuove tasse, né d’indebitarsi sui mercati finanziari internazionali. Grazie alla fiducia verso lo Stato, le obbligazioni MEFO furono anzi rinnovate alla loro scadenza e cominciarono ad essere usate dalle imprese per i pagamenti reciproci, alleviando così la carenza di liquidità.

Schacht provvide anche a rendere inconvertibile il marco, sottraendolo alla speculazione (le obbligazioni MEFO erano già utilizzabili solo in Germania). Il commercio estero coi paesi fornitori di materie prime era comunque condotto in marchi (la crisi internazionale della domanda permetteva a Berlino di trattare da una posizione di forza), sicché i paesi che commerciavano con la Germania si trovavano poi a reinvestire i marchi (non convertibili) nell’acquisto di prodotti finiti tedeschi – un rapporto che si configurava come una sorta di baratto internazionale.

Ispirandosi anche alla politica di Schacht in un contesto di forza lavoro inutilizzata, scarsità di moneta nell’economia reale e vincoli di bilancio imposti dall’esterno, Ruffolo e Sylos Labini ipotizzano di utilizzare i Bot come moneta complementare negli scambi e negli investimenti. Prerequisito è che il debito sia trasformato in debito interno, per non dipendere più dai mercati finanziari; una dinamica già in atto dal momento che la quota di debito pubblico italiano collocato all’estero sta crollando rapidamente.

Che tale proposta sia davvero praticabile e risolutiva o meno, ciò che davvero colpisce è come le ricette alternative per uscire dalla crisi siano ad oggi ancora escluse dal dibattito pubblico. Quasi che le ricette ortodosse, che la crisi l’hanno provocata e continuano ad aggravarla, siano le sole mai formulate.

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