Il problema del modello finanziarizzato neoliberista

Tratto da L’Huffington Post, 20 novembre 2013

Lo scorso 11 novembre ho avuto la possibilità di confrontarmi con economisti e politici di primo piano sul tema della crisi e delle ricette per uscirne. Ho scelto d’affrontare il tema della finanziarizzazione, già toccato su queste stesse pagine. La ragione è che, a mio avviso, il problema non è contingente ma di modello, ed ogni misura sarà solo palliativa se non ci si rende conto di quale sia il modello economico attualmente in vigore e quali le storture da esso indotte.

Purtroppo, il concetto di finanziarizzazione è ancora largamente ignorato a livello di dibattito pubblico, e trascurato persino in ambito accademico: in Italia esistono pochi, ma per fortuna eccellenti, saggi come quelli di Luciano Gallino o un succinto ma prezioso studio pubblicato quest’anno da Angelo Salento e Giovanni Masino, La fabbrica della crisi.

Il fenomeno della finanziarizzazione odierna dell’economia, che data dagli anni ’70 del secolo scorso, può essere descritto da tre prospettive: una macroeconomica, una aziendale e una ideologica.

A livello macroeconomico, la finanziarizzazione consiste nella nota crescita relativa e assoluta del volume delle transazioni finanziarie, resa possibile dalla deregolamentazione ma anche dai nuovi strumenti informatici, che permettono lo spostamento quasi istantaneo di grandi masse di denaro (da cui l’uso e abuso dell’arbitraggio, la speculazione su variazioni marginali dei titoli da una piazza all’altra). A livello di regole, è stato permesso alle banche di aggirare l’obbligo dei depositi con la cartolarizzazione dei crediti (dunque il loro spostamento fuori bilancio), generando un enorme aumento della leva finanziaria. La tendenza degli attori economici è così divenuta quella di cercare il profitto nella speculazione finanziaria, in particolare di breve termine. I soggetti più inclini al “breve-periodismo” sono gl’investitori istituzionali (fondi pensione, fondi comuni ecc.), che oggi possiedono il 50% delle azioni mondiali.

Scendendo di un livello, si osserva come le imprese, anche non finanziarie, abbiano eletto la finanza a loro attività principale. Le imprese si sono deresponsabilizzate di fronte alla società, i manager tecnici sono stati sostituiti da esperti di finanza e dalla produzione di valore tramite la produzione di merci e servizi si è passata a quella tramite la produzione di plusvalenze azionarie – che in buona misura non è produzione ma estrazione del valore. Lo scopo supremo dell’impresa è divenuta la massimizzazione dello shareholder value, del valore per l’azionista. L’impresa è ora percepita come un portafoglio d’investimenti da scomporre, da fare a pezzi e cedere selettivamente, da snellire con esternalizzazioni e riduzione dei costi (in particolare del lavoro).

In tutto ciò, l’investimento produttivo è stato sostituito da quello finanziario. Si calcola che gl’investimenti produttivi siano calati negli ultimi decenni e che l’80% degli odierni scambi d’azione e moneta abbiano fine solamente speculativo. Il profitto è stato trasferito alla rendita ed è sparita la prospettiva di lungo periodo.

Rivelatore è il confronto tra due brevi passi, tratti dagli scritti di due manager italiani di spicco ma di generazioni differenti.

Il primo è Cesare Romiti. Nel 1986 ci fu la prima euforia borsistica in Italia, seguita da un crollo nel 1987. A tal proposito Romiti scriveva: “Nel 1986 l’Italia sembrava aver scoperto la medicina per tutti i suoi mali: la finanza. E questo mito della finanza, il nuovo vitello d’oro, pareva far dimenticare tante buone, vecchie regole. Si assisteva a casi di grandi investimenti finanziari, di iperbolici capolavori di ingegneria cartacea, su marchingegni sofisticatissimi, ai quali però non corrispondeva niente sul terreno: nessuna fabbrica nuova, nessun posto di lavoro in più, nessun prodotto con uno spazio sul mercato”.

Queste parole stonano con la lapidaria sentenza emessa, esattamente vent’anni dopo, da Sergio Marchionne: “L’unico misuratore di valore, stabilito dall’equilibrio tra chi compra e chi vende, è il mercato finanziario. Il resto sono cavolate”.

Il terzo livello sopra evocato è quello ideologico. La finanziarizzazione dell’economia ha infatti trovato la sua giustificazione e il suo facilitatore ideologico nel neoliberalismo. Si tratta di una dottrina totalitaria, perché tocca ogni sfera dell’uomo, tramutato in consumatore e profondamente modificato nei suoi rapporto con la società e la politica (sociologi hanno parlato di una “infantilizzazione” degli adulti, indotti a rimanere adolescenti fino a un’età avanzata). Il neoliberalismo è una dottrina dogmatica, perché ha al suo centro la fede nell’indimostrabile infallibilità del mercato capace di autoregolamentarsi con perfetta razionalità. Jean-Philippe Bouchaud ha notato come l’economia ortodossa non sia una scienza induttiva, in cui si ricava il modello dall’osservazione empirica, bensì una dottrina deduttiva, in cui prima viene il modello, e poi la realtà empirica deve adattarsi ad esso.

È su questo modello dogmatico e fideistico ch’è necessario oggi ragionare e confrontarsi in prima istanza.

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