Dall’età del dollaro all’età dell’oro?

Tratto da L’Huffington Post, 22 ottobre 2013

 

Il prezzo dell’oro (dati World Gold Council) è passato dai 35 dollari Usa l’oncia del 1970 agli attuali 1300 $ abbondanti, con un picco oltre i 1800 $ nel settembre del 2011. Val la pena notare che nei primi mesi del 2001 era ancora abbondantemente sotto i 300 $: cominciò allora una brusca impennata che, malgrado il calo sensibile (oltre il 20%) dell’ultimo anno, trova ancora l’oro a un livello elevatissimo.

Il dato merita alcune considerazioni. Innanzitutto, il prezzo in dollari statunitensi dipende anche dal valore di quella valuta sul mercato (se il dollaro si svaluta il prezzo dell’oro in dollari sale, e viceversa). Ad esempio, nel 2008 il prezzo dell’oro è aumentato del 5,6% in dollari Usa, ma del 43,2% in sterline, ed è calato del 14,4% in yen (dati goldprice.com). Tuttavia, sul lungo periodo la volatilità dei cambi non ha inciso in maniera così marcata.

Un secondo elemento che può influire è l’inflazione. Ovviamente, più salgono i prezzi in un’economia, più sale quello dell’oro con essi. Tuttavia, se l’inflazione a livello mondiale è passata (dati Index Mundi) dal 25% del 2000 al 5% del 2011 (0/1% in tutti gli anni intermedi), nello stesso periodo il prezzo dell’oro è aumentato del 365%.

Qual è dunque l’origine di questo repentino innalzamento del prezzo dell’oro? Dal 2003 al 2012, sempre secondo il World Gold Council, le tonnellate di materiale richieste dall’oreficeria sono calate sensibilmente (da 2.484 a 1.896) e quelle per finalità tecnologiche rimaste più o meno stabili (da 386 a 407).

L’incremento della domanda è invece venuto da tre fronti: dalla speculazione finanziaria (Etf e similari: da 133 tonnellate nel 2004 a 279 nel 2012, passando però per le 623 del 2009) in cerca d’una nuova bolla dopo quella IT e quella immobiliare; dall’acquisto di lingotti e monete (304 tonnellate nel 2003 divenute 1.256 nel 2012, con un picco nel 2011 di 1.519), costituendo com’è noto l’oro il bene rifugio per eccellenza in tempi d’incertezze economiche e finanziarie; dalle banche centrali.

Quest’ultima fonte di domanda merita approfondimento. Le banche centrali fino al 2009 sono state venditrici nette d’oro (dalle 620 tonnellate del 2003 alle 34 del 2009). Nel 2010 la tendenza si è invertita e, nel solo 2012, le banche centrali hanno acquistato 544 tonnellate d’oro.

Come spiega Enrico Ferrini nell’ultimo numero di Geopolitica, le riserve auree delle banche centrali erano costantemente declinate dagli anni ’70, e fra il 2000 e il 2009 l’oro da esse immesso sul mercato ha costituito l’11% dell’offerta. In soli quattro anni, tra il 1999 e il 2002, la banca centrale inglese vendette il 60% delle proprie riserve auree.

Perché le banche centrali hanno smesso di vendere oro e cominciato a comprarlo? Ferrini relaziona il fenomeno con le “guerre valutarie” ritornate in auge con la fine del sistema di Bretton Woods, e che particolarmente infuriano dal 2008, quando sono cominciate svalutazioni competitive per rilanciare la crescita economica tramite l’esportazione. Sullo sfondo, un dollaro sempre più debole come valuta di riserva internazionale.

Quali sono dunque le banche centrali (tralasciamo qui le organizzazioni internazionali come il Fmi) con le maggiori riserve auree al mondo? Saldamente in vetta gli Usa, con 8.133,5 tonnellate (i dati sono del giugno scorso), seguiti nell’ordine da Germania (3.390,6 t.), Italia (2.451,8 t.), Francia (2.435,4 t.) e Cina (1.054,1 t.).

Proprio la Cina è il paese che sta più rapidamente incrementando le proprie scorte auree, nell’ambito d’una generale diversificazione delle sue riserve (i dollari dal 2009 sono scesi dal 70% al 54% del totale). Le importazioni cinesi d’oro negli ultimi anni assommano al 10% dell’offerta totale, e ciò malgrado la Cina abbia anche la maggiore produzione mineraria.

Come descritto da Massimiliano Porto, Pechino sta perdendo fiducia nel dollaro quale valuta di riserva internazionale, e conduce una politica di progressiva internazionalizzazione dello yuan e di sostituzione del dollaro con le valute locali per i commerci bilaterali (vedi accordi con una serie di paesi, tra cui Russia, Giappone e Emirati Arabi Uniti). Se nel 2010 solo lo 0,7% del commercio estero cinese era regolato in yuan, la percentuale è già giunta al 9% un anno dopo.

Sebbene al momento il ruolo del dollaro come valuta di riserva (e commercio) internazionale sia ancora saldo (complice anche la crisi del più quotato rivale, l’euro), esso non è più indiscusso. Nel medio-lungo periodo la situazione potrebbe mutare, e se venisse meno quella “egemonia del dollaro” (termine popolarizzato da Henry C. Liu) caratteristica della nostra epoca, il volto del mondo ne risulterebbe stravolto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...