Perché in Siria ci vuole cautela

Tratto da Geopolitica Online, 26 agosto 2013

I venti di guerra addensano nubi cariche di tempesta sulla Siria: secondo la stampa, un attacco militare contro Damasco da parte di USA, Gran Bretagna e Francia potrebbe essere imminente. La crisi siriana si trascina ormai da due anni e mezzo, nel corso dei quali le capitali occidentali non hanno mai nascosto la loro ostilità, di lunga data, al regime del Ba’th, ma non sono andate oltre a un sostegno logistico e “non ufficiale” ai ribelli. La responsabilità principale di sostenere la rivolta era stata finora lasciata alle monarchie del Golfo e, tra i membri NATO, alla Turchia. Improvvisamente, è cominciata però un’escalation catalizzata dal presunto attacco con armi chimiche effettuato dai militari siriani contro i ribelli nei pressi di Damasco.

Le informazioni e le immagini diffuse sono strazianti, ma l’emozione deve lasciare posto alla ragione quando si tratta di prendere una decisione tanto importante come la guerra. Sappiamo per certo che in Siria molte persone sono morte e stanno morendo, ma le prove di un utilizzo d’armi chimiche da parte delle forze governative non sono incontrovertibili. È inevitabile, a questo punto, ricordare le occasioni del passato recente in cui campagne mediatiche hanno costruito i pretesti per campagne belliche, salvo scoprirsi successivamente ch’esse erano debolmente basate su realtà fattuali. Nel 1990 la drammatica testimonianza della giovane kuwaitiana Nayirah, la quale raccontò d’aver visto i soldati iracheni strappare i bambini dalle incubatrici per lasciarli morire sul pavimento, suscitò un’ondata di indignazione sfruttata dalla presidenza di Bush senior per lanciare l’intervento militare. Malgrado conferme di peso, come quella di Amnesty International, si scoprì successivamente che la testimonianza era falsa e gli eventi narrati mai accaduti. Nayirah al-Sabah era la figlia dell’Ambasciatore kuwaitiano, la quale recitò un pezzo preparato dalla società di comunicazione Hill & Knowlton ingaggiata dall’Emirato per favorire la liberazione del paese.

Ancor più celebre è il caso delle “armi di distruzione di massa” possedute dall’Iraq, le quali costituirono il casus belli per il secondo attacco guidato dagli USA, quello del 2003. L’ONU inviò ispettori per accertare i fatti, ma quando questi non trovarono nulla e chiesero ulteriore tempo per giungere a una conclusione definitiva, Washington supportata da alcuni alleati decise d’intervenire unilateralmente e con la forza. Il segretario di Stato USA Colin Powell tenne un memorabile intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui chiese agli altri paesi di fidarsi della parola di Washington. Russia e Cina non lo fecero, e col senno di poi ebbero ragione. In Iraq non si trovò nulla più che qualche munizione d’armi chimiche risalenti agli anni ’80, e scampate al massiccio disarmo dei primi anni ’90. Nel 2011 l’attacco alla Libia non si rifece a un episodio ben preciso, quanto alla generica minaccia di “genocidio” da parte del regime in carica. Particolare rilievo lo ebbero le accuse secondo cui aerei militari avevano bombardato manifestazioni pacifiche dell’opposizione. Non si trovarono i segni di questi presunti bombardamenti, né furono mai presentate delle prove. Nel 1999 l’attacco alla Jugoslavia fu giustificato dal “genocidio” in atto contro gli albanesi del Kosovo, ma ad oggi non si sono riusciti a identificare più di qualche centinaio di vittime civili delle forze jugoslave, in contrasto alle diecimila declamate da Washington.

L’esperienza recente dovrebbe dunque indurre a prendere con le pinze le affermazioni odierne sull’uso d’armi chimiche da parte del regime siriano. Inoltre, non va sottovalutato il fatto che gli attori internazionali spesso non agiscono per fini etici bensì per interessi materiali, nascondendo quest’ultimi dietro a pretesti di natura morale. Gli eventi del 21 agosto, possibile casus belli del probabile intervento in Siria, hanno cagionato, secondo le fonti dei ribelli stessi, circa 1300 morti. Orbene: una cifra non molto più bassa è quella degli egiziani uccisi nel corso delle manifestazioni di protesta contro il recente golpe militare. Va tenuto presente che in quest’ultimo caso, definito da Human Rights Watch «il più grave episodio d’uccisioni extragiudiziarie di massa nella storia dell’Egitto moderno», a cadere sono stati per lo più civili disarmati (malgrado alcuni dei dimostranti abbiano fatto ricorso ad armi), mentre in Siria è in corso una vera e propria guerra tra milizie armate, in cui spesso è difficile distinguere il civile dal combattente.

Di fronte a due casi molto simili, se non altro per il numero di vittime, la reazione della comunità nordatlantica (per non parlare di quella delle monarchie arabe) è stata molto differente. Per la Siria si è a un passo dall’intervento armato perché la situazione è giudicata intollerabile. Per l’Egitto si è fatto ricorso più che altro a condanne verbali e poche misure pratiche di rappresaglia. L’Unione Europea ha, alla fine, rinunciato persino a varare un pieno embargo sulla vendita di armamenti, riducendolo all’equivoco divieto di fornire all’Egitto armamenti utilizzabili per la repressione interna (il che equivarrà a non vendere fucili, ma a fornire bombardieri, caccia e altri strumenti sofisticati). Quale differenza ha suscitato reazioni tanto sproporzionate tra i due casi? Ufficialmente, il fatto che in Siria siano state usate – così si dice – delle armi chimiche. Eppure, il medesimo effetto di uccisione indiscriminata lo si può ottenere – come dimostrato in Egitto – anche con le normali armi da fuoco, piazzando cecchini sui tetti e sugli elicotteri. Inoltre, pochi mesi fa la procuratrice dell’Aja Carla Del Ponte dichiarava che, a quel momento, le uniche prove d’utilizzo d’armi chimiche in Siria allora raccolte puntassero il dito non contro il regime ma contro i ribelli. Il vero discrimine, dunque, sembra essere questo: che il regime del Cairo è gradito, mentre quello di Damasco non lo è.

Le motivazioni dell’ostilità verso il regime siriano sono abbastanza note. In primo luogo a pesare è la sua alleanza con l’Iran. Tanto i paesi della NATO quanto quelli arabi del Golfo (eccezion fatta per l’Iraq post-Ba’th) sono desiderosi di privare Tehran dell’appoggio siriano, in particolare dopo che il maldestro intervento statunitense in Iraq ha portato Baghdad, da irriducibile nemico dell’Iran qual era, ad avvicinarsi al vicino persiano. Oggi una sorta di asse corre dall’Iran fino al Mediterraneo, passando per l’Iraq a predominio sciita, la Siria a predominio alawita e il Libano in cui a predominare è la coalizione cristiano-sciita comprendente Ḥizb Allāh. Non a caso, le tensioni settarie eruttate nella guerra civile siriana, oltre a richiamare numerosi combattenti dall’estero (in particolare islamisti sunniti unitisi ai ribelli), ha finito per traboccare nei due paesi vicini: in Libano e in Iraq la tensione interna sta tornando alta, favorita anche dalla recrudescenza d’attentati dinamitardi il cui fine, qualsiasi sia la matrice, è senza dubbio spingere a uno scontro armato inter-settario.

Il problema è che risulta difficile fidarsi degli aspiranti sostituti di Baššār al-Asad. Jabhat an-Nuṣrah, una delle più attive componenti della ribellione contro il regime di Damasco, si è fatta notare per le posizioni radicali islamiste e varie atrocità belliche, tanto che pure gli USA, la Gran Bretagna e altri paesi l’hanno inserita nell’elenco delle “organizzazioni terroriste”. In Iraq, i sunniti che sostengono la ribellione siriana coincidono in certa misura con quelli che sostenevano la lotta armata contro la presenza di truppe della coalizione guidata da Washington. In Libano, oltre al pericoloso diffondersi di movimenti sunniti d’idee e metodo radicali, anche la famiglia Hariri, capofila dei sunniti “moderati” ostili a Ḥizb Allāh, ha profondi legami con l’Arabia Saudita, patria e centro di diffusione del wahhabismo, l’interpretazione purista dell’Islam da cui nasce il moderno fenomeno dei cosiddetti “salafiti” e di al-Qāʿida. Il pericolo, dunque, non è solo la destabilizzazione regionale che promana dalla crisi siriana, ma anche la possibilità che alle fazioni sciite filo-iraniane se ne sostituiscano altre sunnite e filo-saudite non meno ma più minacciose per l’Occidente.

D’altro canto, con gli al-Asad – e non solo col “moderato” Baššār, ma anche col padre Ḥāfiẓ – gli USA, l’Europa e persino Israele hanno trovato il modo di dialogare, e talvolta collaborare. Nei tardi anni ’70 Ḥāfiẓ al-Asad intervenne militarmente in Libano per sostenere il governo cristiano-maronita contro le milizie palestinesi: in una tragica anticipazione di Sabra e Chatila, nel 1976 le milizie cristiane espugnarono e distrussero il campo profughi di Tel al-Zaatar, uccidendo migliaia di rifugiati palestinesi. Nel 1990 al-Asad padre inserì la Siria nella coalizione anti-irachena guidata dagli USA. Dagli anni ’90 la Siria ha tenuto colloqui di pace con Israele. In tempi più recenti, Damasco ha attivamente cooperato con le extraordinary renditions degli USA, prestandosi alla detenzione e interrogatorio di sospetti estremisti islamici. Se Washington, Parigi e Londra dovessero rovesciare al-Asad, avranno non solo il problema di trovare qualcuno che lo sostituisca – cosa non facile nella variegata opposizione siriana, e col paese di fatto diviso in tre tra governativi, ribelli e curdi – ma pure qualcuno che non sia peggio da gestire, ai loro occhi, dell’attuale presidente siriano.

Curiosamente, le tre potenze occidentali paiono sul punto di schierarsi attivamente con un’opposizione in cui la componente islamista è molto forte, quella siriana, proprio mentre i partiti islamisti attraversano una fase difficile in Nordafrica: il governo dei Fratelli Musulmani è stato rovesciato dai militari in Egitto, e non si può escludere che qualcosa di simile avvenga pure in Tunisia. In realtà non c’è contraddizione. Secondo la più classica e antica delle strategie, quella del divide et impera, la vera minaccia da evitare è il crearsi di una potenza egemone in tutto il mondo arabo (o peggio musulmano). Se la marea islamista rifluisce in Nordafrica, si può farla montare in Siria senza temere di creare un interlocutore troppo forte per essere controllato.

Chi davvero potrebbe sorridere pienamente soddisfatta, di qui a poco tempo, sarà forse l’Arabia Saudita. All’inizio del 2011 Riyad difendeva disperatamente e invano il regime di Mubarak in Egitto, vedeva traballare i governi amici in Giordania e Bahrayn, era a sua volta alle prese con proteste e disordini interni. La situazione è oggi radicalmente diversa. L’Arabia Saudita è intervenuta militarmente in Bahrayn per reprimere la rivolta pacifica contro l’Emiro. Ha appoggiato la caduta dell’odiato al-Qaddāfī in Libia. Ha visto i Fratelli Musulmani, suoi rivali in campo islamista, venire sconfitti in Egitto ad opera d’una giunta militare che si è affrettata a ricoprire d’oro. Ora potrebbe soffiare la Siria all’Iran – e, se ciò accadesse, è facile che anche il Libano scivoli verso la sfera d’influenza saudita – sostituendo al Ba’th oggi al potere un nuovo regime da cui difficilmente i salafiti potrebbero rimanere esclusi. Paradossalmente, il grande movimento della “Primavera araba” non solo non ha rafforzato le correnti laiche e progressiste (i governi secolari sono stati i più colpiti dalle proteste e dalle rivolte, né liberali e socialisti sono riusciti a brillare nelle successive elezioni), ma alfine nemmeno gl’islamisti più “moderati” e “democratici” (che hanno vinto le elezioni, ma sono ostacolati nell’opera di governo dalle opposizioni e dallo “Stato profondo” legato al vecchio regime). I veri vincitori rischiano d’essere i salafiti e le correnti più radicali dell’Islam Politico.

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