Il nuovo Vicino Oriente raccontato a Milano

Tratto da Geopolitica Online, 18 dicembre 2012. Resoconto di una conferenza con Daniele Scalea

Lunedì 17 dicembre l’elegante sede milanese dello Studio Legale Sutti, in Via Montenapoleone, ha ospitato la conferenza dell’IsAG Il nuovo Vicino Oriente: cosa è cambiato dopo le “Primavere”?. Chiamati a discuterne Paolo Luigi Branca, professore associato d’Islamistica e Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, Antonella Appiano, giornalista specializzata sul Levante mediterraneo e inviata del quotidiano “L’Indro”, Simona Cazzaniga, socia dello Studio Legale Sutti, e Eliseo Bertolasi, ricercatore associato dell’IsAG e dottorando in Antropologia culturale all’Università Bicocca di Milano; a moderare il condirettore di “Geopolitica” e segretario scientifico dell’IsAG Daniele Scalea.

Paolo BrancaIl primo intervento è stato quello del prof. Branca, considerato tra i migliori islamologi italiani. A giudizio del docente della Cattolica la situazione nel mondo arabo era già deteriorata da tempo prima delle rivolte, e l’immobilismo politico garantito solo dalla polarizzazione sociale che assegnava ai corpi intermedi un ruolo scarso. Alcuni fattori, tra cui l’uso dei mezzi di comunicazione informatici, hanno rappresentato la scintilla di questa rivoluzione “postmoderna” ma non per ciò meno significativa. Questo sommovimento, cominciato come rivendicazione di libertà e diritti civili, ha finito però col rimaterializzare vecchi spettri quale la frattura tra sciiti e sunniti. Il recente endorsement di Nasrallah a Assad, e il legame con l’Iran, figurano una sorta di asse sciita cui si contrappone un asse sunnita favorito dall’Occidente proprio in funzione anti-iraniana. A giudizio del prof. Branca il pericolo è di ripetere un errore già commesso in Afghanistan o Iraq. Sostenere i salafiti significa giocare col fuoco, e quando si cerca d’abbattere l’Iran bisogna ricordare che senza il paese persiano non si riesce a controllare l’Asia Centrale, come insegna la storia fin dall’Antichità. Poco lungimirante è stato puntare sul Pakistan, uno “Stato di carta” e inaffidabile; l’Arabia Saudita è impresentabile per il suo regime politico e la violazione dei diritti umani. La società civile turca e iraniana, ha ricordato l’insigne islamologo, è assai più sviluppata che nei paesi arabi. Ciò non di meno, anche la società civile araba si è mossa, ma ora rischia d’implodere e d’essere strumentalizzata per finalità meschine. Si prefigura un’altra occasione perduta per la scarsa lungimiranza dei nostri dirigenti, la cui prospettiva non va oltre quella d’una legislatura.

Antonella AppianoHa quindi preso la parola Antonella Appiano, che ha passato molti mesi, a più riprese, in Siria dall’inizio della rivolta ad oggi: esperienza raccontata nel suo libro Clandestina a Damasco, edito da Castelvecchi. Dopo l’espulsione dei giornalisti occidentali decisa da Damasco, e malgrado le pressioni del Ministero degli Esteri italiani che l’avrebbe voluta rimpatriare, Antonella Appiano è stata l’unica giornalista europea a rimanere in Siria in quel periodo, in quanto vi si trovava per ripassare la lingua araba, e solo ufficiosamente per verificare le notizie contraddittorie che provenivano dal paese già prima dello scoppio della rivolta. Fingendosi turista e poi iscrivendosi all’università, riesce a passare quattro mesi in Siria, prima d’essere scoperta ed espulsa dal paese. Solo passati diversi mesi la dottoressa Appiano è riuscita nuovamente a entrare in Siria col permesso delle autorità.
L’inviata de “L’Indro” ha ricordato che la società civile in Siria era pressoché inesistente, azzerata negli ultimi anni dopo la chiusura della parentesi della “primavera di Damasco”. Discorrendo con un ex esponente comunista e oppositore al regime dopo l’esplosione delle rivolte, quest’ultimo le ha confessato di credere che la Siria non era pronta a gestire una rivoluzione, che gli eventi erano precipitati troppo velocemente. Tutto scoppia a Daraa, area povera e tribale colpita dalla siccità, a causa di una reazione esagerata delle autorità che arrestano alcuni ragazzini rei d’aver vergato scritte anti-regime sul muro. S’innesca una spirale di violenza, di ribellione e repressione, che il governo sottovaluta fin quando è troppo tardi per bloccare l’innesco della rivolta nel paese. Ma per tre mesi, ricorda Antonella Appiano, Damasco è completamente impermeabile agli eventi: la vita scorre normalmente, non vi sono i coprifuoco annunciati da media esteri, e la borghesia cittadina si mostra indifferente ai massacri. Ciò vale non solo per gli alauiti, ma anche per i sunniti e i cristiani. La classe dirigente alauita – spiega infatti la dottoressa Appiano – ha cooptato settori delle altre comunità: la borghesia sunnita rimane a lungo schierata col regime, e lo scontro inter-confessionale è più che altro un’invenzione mediatica che maschera le cause prettamente sociali della rivolta. Esse sono riconducibili prima di tutto alla desertificazione e alla conseguente urbanizzazione cui si è assistito negli ultimi anni, col montare del malcontento nelle periferie cittadine e in alcune zone colpite dalla siccità.
Poco prima della sua espulsione, Antonella Appiano può vedere coi suoi occhi la polizia sparare su manifestanti disarmati. A suo giudizio, maturato anche discorrendo con membri delle forze dell’ordine, la polizia siriana non era addestrata e pronta a fronteggiare manifestazioni e sommosse, abbandonandosi così talvolta a reazioni esagerate che contribuiscono a esacerbare gli animi. L’opposizione pacifica e disarmata, dal canto suo, non ha un radicamento territoriale paragonabile a altri paesi arabi, e finisce presto per sparire lasciando spazio alla lotta armata condotta da gruppi estremisti, in cui i siriani sono plausibilmente la maggioranza ma di cui fanno parte anche numerosi stranieri, che portano con sé l’esperienza maturata sui campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq e armi pesanti. A giudizio di Antonella Appiano, questi miliziani stranieri sono più addestrati dello stesso esercito regolare siriano.

Simona Cazzaniga

Di contenuto più tecnico è stato l’intervento dell’avvocato Simona Cazzaniga, che dirige il Dipartimento Diritti industriali dello Studio Legale Sutti e da anni insegna al Politecnico di Milano. Osservando le normative commerciali di alcuni paesi arabi, l’avvocato Cazzaniga non ha però mancato di cercare segnali che potessero rivelare di più della situazione sociale, politica ed economica degli stessi. A proposito della Siria la relatrice ha focalizzato l’attenzione sulle normative import-export, in cui il controllo statale è molto stretto e i disordini hanno frenato il processo di liberalizzazione in atto. Il governo vuole anzi rivedere alcuni accordi commerciali con paesi con cui i rapporti si sono recentemente deteriorati. Al contrario, Russia, Cina e Ucraina sono stati fortemente favoriti negli ultimi mesi, ricevendo agevolazioni superiori al 30%.
Della Libia l’avvocato Cazzaniga ha invece osservato due norme precedenti al cambio di regime. La legge 9/2010 sull’innovazione tecnologica, d’impronta statunitense, esclude gl’investimenti nel settore degl’idrocarburi promuovendoli invece in tutti gli altri: chiaro specchio della volontà di differenziare l’economia libica. La legge 203/2011 fissa invece un tetto alla partecipazione straniera del 49%, imponendo però un contributo minimo di circa 600.000 euro: evidente la volontà d’attirare solo investimenti davvero rilevanti per lo sviluppo del paese, senza però cedere il controllo d’alcun settore economico.
Dell’Algeria sono invece le barriere non tariffarie ad attrarre l’attenzione della relatrice: la burocrazia determina la possibilità o l’impossibilità di commerciare nel paese. Si ravvisano alcuni divieti affatto peculiari, molto stringenti, ma d’altro canto la cancellazione della richiesta di numerosi certificati commerciali, come quelli fitosanitari per i beni alimentari. Infine, particolarmente favorita negli ultimi anni risulta essere la British Petroleum, rispecchiando probabilmente un calo dell’influenza francese a vantaggio di quella britannica.
Il Libano è invece il paese a maggiore vocazione commerciale, con un intervento minimo dello Stato e leggi flessibili. La peculiarità è che in tale paese la legge vieta le clausole compromissorie.
L’Egitto dal 1994 al 2006 ha ratificato un’enorme quantità di norme, dall’antitrust alla class action, ma la bilancia commerciale è rimasta passiva: a parte gl’idrocarburi, i soli prodotti d’esportazione sono cotone e datteri. Il gas viene poi ceduto quasi interamente a Israele o altri paesi a prezzi di favore: di recente è stata intentata una causa a proposito, e i tribunali ordinari stanno decidendo su accordi internazionali del paese.
In Tunisia l’investitore straniero può avere una società interamente sua, ma solo il 50% di una già pre-esistente, e può acquisire tali quote solo previa autorizzazione.
Infine, la Giordania ama presentarsi come un’isola felice nel mondo arabo, ma la situazione nel paese si sta facendo sempre più precaria anche a causa dell’ondata di profughi proveniente dalla Siria. La Giordania esporta meno della metà di quanto importa, la disoccupazione è elevata, ed oggi solo Kuwayt e Arabia Saudita le garantiscono finanziamenti.

Eliseo Bertolasi

L’ultimo intervento è stato quello di Eliseo Bertolasi, che ha contribuito al numero 2 di “Geopolitica”, intitolato La “Primavera Araba” un anno dopo, con un saggio sul pensiero di Sayyid Qutb. Lo stesso tema è stato oggetto della sua dissertazione all’evento in oggetto. Qutb è uno dei più famosi attivisti islamici del XX secolo, e la sua condanna a morte da parte di Nasser radicalizzò lo scontro tra nazionalismo e islamismo nel mondo arabo. Oggi i movimenti radicali islamici pongono Qutb alla base della loro ideologia. Il pensatore egiziano, che aderì alla Fratellanza Musulmana, era convinto che l’Islam rappresentasse l’alternativa a capitalismo e comunismo. A suo parere giusto è solo il governo fondato sulla sottomissione a Dio, perché solo a Dio può spettare il governo. Il governante non è giusto perché legittimo, ma al contrario legittimo in quanto giusto, e giusto se governa in nome della legge divina. Se il governante non è giusto, allora non è nemmeno legittimo.

Daniele Scalea

Dopo i rispettivi interventi, i relatori si sono intrattenuti ancora a lungo a discutere tra loro e col pubblico di Siria, rapporti dell’islamismo con l’Occidente e altri argomenti ancora. Visto l’interesse suscitato, l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) si è ripromesso di promuovere nuovi eventi a Milano nel futuro prossimo.

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