Alla Sapienza per discutere della “Primavera Araba” un anno dopo

Tratto da Geopolitica Online, 24 novembre 2012. Resoconto di una conferenza con Daniele Scalea

Nel pomeriggio di venerdì 23 novembre 2012 la Sala delle Lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma è stata gremita da circa ottanta persone, convenute per assistere alla presentazione de La “Primavera Araba” un anno dopo, ultimo numero di Geopolitica. Anche coloro costretti a restare in piedi per l’esaurimento dei posti a sedere non hanno rinunciato a seguire fino all’ultimo il dibattito che ha visto coinvolti tre docenti della Sapienza – Biancamaria Scarcia Amoretti (professore emerito di Islamistica), Franco Fatigati (cultore di Geografia e docente del Laboratorio di Geopolitica) e, in veste di moderatore, Paolo Sellari (ricercatore e professore aggregato di Geografia politica ed economica) – più il presidente del Ce.S.I. (Centro Studi Internazionali) e consigliere strategico del Ministero della Difesa Andrea Margelletti e il segretario scientifico dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e condirettore di Geopolitica Daniele Scalea.

Il professor Paolo Sellario introduce i relatori

Nella sua introduzione il professor Sellari ha lamentato come la geografia (e dunque la geopolitica, che ad essa appartiene) sia minacciata di marginalizzazione: dopo essere stata bandita alcuni anni or sono dalla scuola secondaria, rischia la medesima fine anche nell’università. Ciò s’inserisce nel quadro dello sfavore con cui oggi sono trattate tutte le scienze umane, ossia quelle discipline che dipendono dalla meditazione. Venendo invece al tema dell’incontro, Paolo Sellari ha voluto proporre alcuni quesiti-guida ai relatori: quale ruolo può avere l’Europa nel Mediterraneo? E qual è la reale capacità di democratizzazione dei paesi arabi?

La professoressa Biancamaria Scarcia Amoretti pronuncia il suo intervento, mentre Andrea Margelletti sfoglia una copia di "Geopolitica"

La professoressa Scarcia Amoretti ha esordito lodando Geopolitica. Ha infatti affermato di aver trovato la rivista dell’IsAG particolarmente ben fatta, al punto da aver fortemente voluto partecipare a questa presentazione. A suo avviso Geopolitica riesce a combinare uno stile che permette una comunicazione ampia ed aperta con un approccio rigoroso e scientifico: le tesi sono contestualizzate e non imposte, la bibliografia di supporto è imponente.
La dissertazione di Biancamaria Scarcia Amoretti si è focalizzata sulla trasformazione del ruolo della religione nel mondo musulmano negli ultimi 50-60 anni. Infatti, se è un errore considerare il mondo arabo come unitario e monolitico, è pure un errore non vederlo come inserito nell’ecumene musulmano. È per tale ragione che il racconto della Professoressa è partito dal Pakistan nel 1947. Questo nuovo paese era guidato da un’élite laica ma dotato di un’identità religiosa – rassomigliando in ciò a Israele, sorto l’anno seguente. Non si trattava insomma di una creatura naturale, ma di una costruzione post-coloniale della Gran Bretagna per mettere in difficoltà la neo-indipendente India. A metà anni ’50 un primo blocco di paesi arabi conquistò l’indipendenza, e in essi il rapporto Stato-religione fu inizialmente armonioso. La Tunisia abolì subito la poligamia, ma lo fece appoggiandosi ad una fatwa; in Egitto Nasser collaborava con la Fratellanza Musulmana, che l’aiutò ad ascendere al potere. Successivamente il rapporto tra laici e religiosi si ruppe, e la frattura divenne più forte dopo la guerra del 1967, e raggiunse l’acme con la pace di Sadat con Israele. Nel 1979 in Iran si realizzò una rivoluzione islamica: in quello stesso paese, poco meno di trent’anni prima, la popolazione aveva democraticamente portato al potere il laico Mossadeq, che non solo non era stato sostenuto dall’Occidente, ma anzi rovesciato da un sanguinoso colpo di Stato orchestrato dagli USA. A metà anni ’70 cominciava la lunghissima guerra civile libanese, che trasformò il paese arabo più laico e democratico in uno Stato fondato sull’identità confessionale. Negli anni ’80 la guerra tra Iraq e Iran, inizialmente nazionale, si trasformò presto in religiosa, e Saddam Hussein – con l’appoggio dell’Occidente – si fece paladino di una crociata anti-sciita. All’inizio degli anni ’90 esplose il problema jugoslavo, e presto s’arrivò all’identificazione (nient’affatto tradizionale) del Kosovo e dell’Albania come parti dell’ecumene islamico. Infine, gli anni ’90 videro anche la guerra civile in Algeria: rilevante che gli USA abbiano sostenuto a lungo le forze religiose nel paese.
Ad avviso della professoressa Scarcia Amoretti il discorso religioso è fittizio, insegnato dall’esterno ai popoli musulmani per destabilizzarli. Qualche segnale incoraggiante la Professoressa lo ravvisa però in Egitto, dove ritiene che la polemica non sia stata importata dall’esterno e che l’ascesa dei Fratelli Musulmani abbia risolto il problema della mancanza di egemonia, che affligge il paese fin dalla caduta di Nasser.

Daniele Scalea pronuncia il suo intervento

La parola è dunque passata a Daniele Scalea, il quale ha dapprima presentato l’IsAG e Geopolitica. L’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie è un’associazione di promozione sociale senza fine di lucro. I suoi scopi statutari, ha spiegato Scalea, sono la promozione dello studio della geopolitica, lo stimolo al dibattito sulla politica estera tra la cittadinanza e la conduzione d’una diplomazia pubblica per l’Italia. Ciò si accorda col carattere ibrido tipico della geopolitica, che è sia scienza sia azione. Questo carattere si riflette pure su Geopolitica, che è parzialmente a revisione paritaria ma, oltre ai saggi scientifici, ospita commentari firmati da addetti ai lavori. La rivista è uno degli strumenti dell’IsAG, al pari di libri, conferenze, seminari e progetti di formazione, per realizzare i suddetti obiettivi
Giungendo al tema del secondo numero di Geopolitica, il condirettore ha osservato come, dopo l’iniziale successo dell’espressione “primavera araba”, si sia presto diffuso il suo opposto speculare, “autunno/inverno/risveglio islamico”. La prima interpretazione, quella più ottimista ed esaltatoria, poggiava su un wishful thinking occidentale e sull’esagerazione del ruolo dei social networks. D’altro canto, non c’è incompatibilità tra islamismo e desiderio di libertà e democrazia. L’islamismo è stato individuato dalle popolazioni locali come la più logica alternativa ai precedenti regimi “laici” e più o meno filo-occidentali, o quanto meno occidentalizzanti, che per una serie di motivi avevano perso la legittimazione politica, assieme a quella ideologica del declinante panarabismo. Va notato, infatti, che a crollare sono stati i regimi occidentalizzanti, non le monarchie tradizionaliste, forse anche per la mancanza d’una chiara e radicale alternativa ideologica, vista l’incapacità del liberalismo di fare presa. Scalea non ha mancato di sottolineare il ruolo dei media, che hanno seguito agende politiche favorendo talune rivolte e sfavorendone altre.
Il segretario scientifico dell’IsAG ha dunque descritto sommariamente le strategie e gli atteggiamenti di alcuni paesi: dagli USA che, di fronte all’inevitabile caduta dei vecchi regimi clienti, hanno cercato di cavalcare l’ondata islamista (magari anche per rivolgerla contro Cina e Russia), a Francia e Gran Bretagna, che seguono le tradizionali velleità imperialiste nel Mediterraneo, passando per la Turchia, che ponendosi come modello per i nuovi regimi cerca di crearsi una propria sfera d’influenza. La pluralità d’attori NATO, con strategie non sempre convergenti, s’inquadra secondo Scalea nella volontà degli USA di supplire al proprio calo di forza appoggiandosi a potenze regionali, valorizzandone il ruolo. Il condirettore di Geopolitica ha infine osservato che le rivolte arabe possono aver creato una divergenza tra USA e Israele, nel momento in cui quest’ultimo vede, a causa dell’ascesa concomitante dei Fratelli Musulmani in vari paesi circostanti, venir meno quella divisione del fronte arabo (e musulmano) che aveva faticosamente conseguito.

Il professor Franco Fatigati pronuncia il suo intervento

È stato quindi il turno del professor Fatigati, il quale ha voluto rivolgere i suoi personali complimenti a Tiberio Graziani, direttore di Geopolitica presente in sala, per la nuova avventura editoriale che, grazie anche a un Comitato Scientifico di primissimo livello, può proporsi come un forum permanente per i geopolitologi. Per quanto riguarda il numero La “Primavera araba” un anno dopo, Franco Fatigati ha segnalato all’attenzione del pubblico soprattutto il contributo di Come Carpentier de Gourdon, il quale delinea i quattro grandi soggetti indigeni odierni nel mondo musulmano: il wahhabismo, il salafismo, l’Iran e la Turchia. A giudizio del relatore il paese persiano non ha davvero le potenzialità per giocare un grande ruolo regionale: esprime una confessione minoritaria, ha la questione nucleare aperta, ed il suo discorso estremista non può fare presa su una vasta maggioranza. Al contrario, ritiene che la Turchia col suo modello religioso ma non teocratico, occidentale ma non asservito, si proponga come credibile egemone regionale, anche perché la NATO lo consentirebbe in ragione del suo ruolo di hub energetico per l’Europa. Europa che, secondo il professor Fatigati, non potrà avere un ruolo rilevante se non riuscirà a conquistare la sua autonomia: autonomia dal ricatto energetico esterno, autonomia dagli USA. Il Professore ha, in tale ottica, espresso l’auspicio che l’Europa possa affrancarsi dalla NATO.

Andrea Margelletti pronuncia il suo intervento

Andrea Margelletti, ultimo relatore del pomeriggio, ha invece sostenuto che l’Europa non può stare senza la NATO, in quanto dovrebbe spendere molto di più per la difesa: ma mancano sia la volontà sia le risorse. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa scelse di ricostruire, anziché d’investire nella forza bellica, demandando agli USA la propria sicurezza.
Parlando invece del mondo musulmano, il direttore del Ce.S.I. ha sostenuto che le politiche occidentali hanno trascurato quei paesi, preferendo affidarsi a classi invecchiate e destinate ad estinguersi anziché investire nella costruzione d’un nuovo ceto dirigente. A mancare è stata insomma la prospettiva a lungo termine, ma ciò è tipico delle democrazie occidentali, dove le politiche hanno il respiro delle legislature. Margelletti ha poi elencato una serie di errori realizzati dalle diplomazie occidentali. Uno è la volontà degli USA di non stringere la mano costantemente tesa dall’Iran. Quando Saddam Hussein ha invaso il paese persiano, l’Occidente ha biasimato l’Iran e non l’Iraq. Quando un aereo iracheno ha attaccato una nave statunitense uccidendo decine di membri dell’equipaggio, gli USA hanno bombardato l’Iran e non l’Iraq. Nell’Iraq stesso, diversi anni dopo, gli errori sono stati eclatanti: come la decisione di Paul Bremer, presa nel lasso di un pomeriggio, di sciogliere l’esercito iracheno consegnando centinaia di migliaia di persone fortemente armate alla resistenza anti-statunitense. Gli errori si continuano a consumare ancora oggi in Afghanistan, dove Washington pensa di poter risolvere i problemi solo bombardando. Margelletti ha criticato pure la scelta della Francia di riconoscere l’opposizione siriana coalizzatasi a Doha: a suo avviso si tratta di persone ben poco laiche e raccomandabili.
Il dottor Margelletti ha dunque avviato una riflessione su questi errori, riconducendoli all’incapacità dell’Occidente di comprendere che la grande maggioranza della gente, nel mondo, chiede non soldi ma dignità. L’assistenza sociale, in molti paesi arabi, non era fonita dallo Stato bensì da movimenti come Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah o Fratelli Musulmani, ed è perciò normale che abbiano acquisito tanto peso. Le conseguenze di quest’incoscienza occidentale sono state gravissime. La laicissima Palestina nel giro di 50 anni, poiché lasciata nella disperazione, si è tramutata in islamista. Margelletti ha confessato d’attendersi un lungo periodo d’instabilità, richiamando il fatto che la primi crisi affrontata dal governo Morsi sia avvenuta nel Sinai per colpa di jihadisti che lo ritengono troppo “morbido”. Ha dunque invitato a sostenere – pur criticamente – i governi scelti dal popolo.

Un'immagine del pubblico in sala

La professoressa Scarcia Amoretti, commentando l’intervento di Margelletti, ha ricordato che Hamas ha un grande consenso elettorale anche tra i cristiani, a dimostrazione che il suo successo è un fattore più sociale che legato al discorso religioso. Ha però posto un interessante quesito: perché in Libia, dove lo Stato sociale era incredibilmente sviluppato – niente tasse, servizi sociali completamente gratuiti ecc. – è comunque scoppiata la rivolta? Secondo Margelletti ciò è dipeso dal fatto che il governo libico distribuiva le risorse tra due o tre tribù, scontentando le altre: la dinamica colà innescatasi era ed è dunque di natura tribale. Il professor Sellario ha invece introdotto il tema del ruolo di Al Jazeera e del ruolo della Cina. Margelletti ha definito Al Jazeera un’idea geniale, che ha rivoluzionato l’informazione nel mondo arabo; un’abile operazione del governo del Qatar per trasformare un canale televisivo in soggetto politico internazionale. Per quanto riguarda la Cina, il presidente del Ce.S.I. crede ch’essa sia un attore, anzi l’attore principale, in Africa, ma che abbia interessi solo economici e non politici in Medio Oriente. Secondo Fatigati la Cina è in una fase di power building, e perciò si concentra sull’economia.

Un'immagine del pubblico in sala

È seguito un vivace dibattito col pubblico, interrotto solo dallo scadere del tempo a disposizione. Malgrado le molte ore che è durata la conferenza e il fatto che alcuni spettatori fossero costretti in piedi, la sala non si è svuotata che alla conclusione del dibattito alle 17.30, dopo due ore e mezza di discussione.

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