L’Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 1/2011, pp. 29-40

 

In quest’articolo si evidenziano il valore ed il significato assegnati all’Asia Sudoccidentale dal pensiero geostrategico anglosassone. Lo si fa ricorrendo agli spazi dedicati alla regione nelle principali opere dei quattro maggiori geopolitici anglosassoni: Alfred Thayer Mahan (1840-1900), Halford John Mackinder (1861-1947), John Nicholas Spykman (1893-1943) e Zbigniew Brzezinski (1928).

Mahan: le chiavi della Cina

Nel 1900 il capitano statunitense Alfred Thayer Mahan (1840-1900) scrisse una serie d’articoli per “Harper’s New Monthly Magazine” e “The North American Review”. Essi furono poi raccolti e pubblicati sotto forma di libro col titolo The Problem of Asia and Its Effect upon International Politics1.

Mahan, il quale scriveva al culmine della cosiddetta “età dell’imperialismo”, poteva individuare quale fenomeno caratteristico dell’epoca proprio l’espansionismo2. Le Americhe, l’Africa e la Siberia erano finite, in tempi e con modalità differenti, in mano agli Europei. In Europa, secondo Mahan, i confini si erano consolidati a tal punto che erano impensabili grossi mutamenti degli stessi3. Per tale ragione i «flussi d’influenza rappresentanti gl’interessi, non solo delle nazionalità, ma dei grandi gruppi che chiamiamo razze» stavano convergendo verso l’Asia, dove ancora la situazione era incerta4. Precisamente, la porzione di Asia che attirava l’interesse di Mahan era quella compresa tra il trentesimo e il quarantesimo parallelo, poiché là si concentravano «le caratteristiche naturali più decisive, ed anche quelle divisioni politiche irrisolte che rendono il problema dell’Asia odierna incombente e fonte di perplessità»5. Questa fascia correva a sud dell’Impero Russo e a nord dell’India e dell’Asia Sudorientale: Mahan escludeva insomma quella grossa fetta d’Asia che era saldamente in mano europea (o, nel caso delle Filippine, nordamericana). L’attenzione del Capitano statunitense era attratta maggiormente dalla Cina, e ciò non stupisce visti gli anni in cui scriveva. Nel 1895 il Giappone aveva inflitto una dura sconfitta bellica al Celeste Impero: l’intervento di Francia, Germania e Russia (la “Triplice d’Oriente”) aveva salvato Pechino dalle più dure conseguenze della disfatta, ma a caro prezzo. Le tre potenze europee avevano infatti forzato la revisione della tradizionale politica della “porta aperta” (eguale accesso commerciale e diplomatico al paese per tutte le potenze esterne), inaugurando la stagione delle “concessioni”: porzioni di territorio cinese che rimanevano sotto la sovranità formale dell’Imperatore, ma erano amministrate da potenze straniere. Incombeva, di lì a pochi anni, lo scontro tra Russia e Giappone per la Manciuria (1905). Solo due anni prima della pubblicazione del libro, la guerra con la Spagna per Cuba aveva fruttato a Washington anche la proprietà delle Filippine (1898). Tornando indietro di qualche decennio, ancora fresca era la memoria delle due Guerre per l’Oppio (1839-1842 e 1856-1860). S’aggiunga che nel 1900 il petrolio non era ancora una fonte energetica molto significativa, ed in ogni caso i suoi maggiori bacini produttivi si trovavano allora in Europa Orientale, Impero Russo e Stati Uniti d’America. La Cina, dal canto suo, era un paese sterminato e popoloso, un mercato del massimo interesse per le nazioni industrializzate, che dal 1873 fronteggiavano la “grande depressione”. Tutto concorre a spiegare e giustificare la maggiore attenzione di Mahan per l’Estremo Oriente anziché per l’Asia Sudoccidentale. Ed infatti, essa era valutata strategicamente solo in rapporto alla strumentalità per il controllo della Cina.

Mahan individuava tre attori fondamentali nella disputa cinese. Il primo era la Russia, che aveva il vantaggio di confinare direttamente col territorio cinese e rappresentava la maggiore potenza di terra in Asia6. Il secondo era il Giappone, unica nazione asiatica ad aver seguito il passo delle potenze cristiane, e dunque unico paese locale in grado di giocare un ruolo attivo7. Chiudevano infine Gran Bretagna, USA e Germania, le quali, pur disponendo di basi in loco, avevano il centro della rispettiva potenza lontano dal teatro dello scontro, sicché dovevano poter contare sulle linee di comunicazione marittima. Dal momento che, secondo Mahan, i dissapori europei passavano in secondo piano (eccetto che per la Francia, esclusasi dall’Europa tramite la sua alleanza con la Russia) rispetto alla questione cinese, e dal momento che le tre potenze condividevano il medesimo interesse al controllo delle rotte marittime verso l’Oriente, ne derivava che, pur senza alleanze formali, USA, Gran Bretagna e Germania erano destinate a formare una “triplice” e collaborare nella politica internazionale8. Proprio in virtù del comune carattere di “potenza talassica”, Mahan ipotizzava che pure il Giappone si sarebbe legato saldamente al terzetto9.

Prima di procedere oltre e concentrarci sulla sua visione strategica dell’Asia Sudoccidentale, urge qualche commento. Il lettore, grazie al senno di poi, avrà immediatamente notato gli errori compiuti da Mahan. Lungi dal preteso consolidamento della sistemazione geopolitica dell’Europa, il mezzo secolo successivo la vide come centro di due sanguinosissimi conflitti planetari. Grossi scambi di territori e popolazione sarebbero avvenuti nell’Europa Centro-Orientale: osservando dal lontano Nordamerica, Mahan non era evidentemente riuscito a cogliere la precarietà di quella regione. L’Europa e non la Cina sarebbe rimasta ancora per qualche decennio al centro della politica internazionale. Gli schieramenti immaginati da Mahan non erano destinati a materializzarsi o a durare: Gran Bretagna e USA si sarebbero alleati con la Duplice franco-russa contro la Germania. Il Giappone, alleato degli anglosassoni nella Prima Guerra Mondiale, li avrebbe fronteggiati nella Seconda. Ciò malgrado, il quadro dipinto da Mahan acquista paradossalmente maggiore attualità andando avanti nei decenni. Dopo la sconfitta militare, Germania e Giappone si alleano con le potenze anglosassoni contro la Russia. Nasce quella “comunità transatlantica” che il Capitano immaginava essere già realtà nel 190010. Inoltre, la forma mentis di Mahan appare in sintonia con la più recente tesi dello “scontro di civiltà” che ha informato il pensiero statunitense negli ultimi anni. Egli intravvedeva (non a torto) la saldatura dei «popoli in gruppi più larghi delle esistenti nazionalità», in un processo che avrebbe dovuto portare ad autentici «patriottismi razziali»11. Laddove Mahan tirava in ballo la razza ed il Cristianesimo (l’autore statunitense è animato da un fervore religioso che traspare in ogni suo scritto, ma particolarmente in quello in esame) oggi si preferisce parlare di democrazia e diritti umani, ma la sostanza è la medesima. Per spiegare la differenza tra “Occidente” (termine che Mahan non utilizza, ma al cui concetto allude in maniera evidente) e Russia, il Capitano ricorreva ad un confronto razziale tra Slavi e “Teutonici” (ossia i popoli d’origine germanica)12; oggi si adoprano altri argomenti, ma il risultato è il medesimo. È cambiata la forma, ma non la sostanza. Tant’è vero che, derogando sul principio razziale, Mahan riusciva ad includere il Giappone nella «famiglia europea»: sostituendo il termine “occidentale” a “europea”, si ritrova sotto lo strato di paradossalità dell’asserzione mahaniana un’idea oggi ampiamente diffusa ed accettata13.

Fatta questa doverosa precisazione, torniamo a Mahan ed alla sua opera. La Russia, scriveva, stava attaccando l’Asia “ai fianchi” – la Cina costiera da un lato, l’Impero Ottomano dall’altro – perché il centro del continente è coperto di montagne elevate e vaste aree desertiche14, e perché, stanti i limiti intrinseci alle linee di comunicazione terrestre per i commerci, la Russia perseguiva lo sbocco ai mari caldi15. Nell’Asia Sudoccidentale, Mosca aveva una duplice direttrice: raggiungere il Golfo Persico ed il Mediterraneo, e per farlo doveva necessariamente passare attraverso la Persia e l’Impero Ottomano16. Un’eventuale avanzata dei Russi su tali fronti avrebbe messo in pericolo il Canale di Suez, il punto di massima importanza strategica al mondo, secondo Mahan, perché era la via attraverso la quale le potenze talassiche d’Europa potevano raggiungere l’Estremo Oriente17. Da qui la necessità di preservare l’Impero Ottomano e controllare direttamente l’Egitto, per favorirne «la rigenerazione» ed il «pieno ottenimento della civilizzazione»18. L’Asia Sudoccidentale era lasciata dallo statunitense Mahan alla pertinenza esclusiva delle potenze europee: gli USA avrebbero invece dovuto preoccuparsi di controllare il futuro canale sull’istmo centramericano19.

Mahan è generalmente accreditato anche dell’invenzione del termine “Middle East“, da lui utilizzato per la prima volta in un articolo del 190220. È vero infatti che lo rese celebre, ed anche che l’adottò di sua sponte, poiché non era a conoscenza di come già fosse stato coniato ed usato da altri in Gran Bretagna21. I Britannici lo idearono perché si riferivano col termine “Near East” all’Impero Ottomano, ed essendo il “Far East“, com’è ancora oggi, nell’area sino-giapponese, chiamarono “Middle East” ciò che vi stava in mezzo. Ci sia permessa qui una breve digressione. Con la sparizione dell’Impero Ottomano, il termine “Near East” cadde in disuso nel mondo anglofono, mentre s’allargò l’accezione di “Middle East“. Gli USA erano geograficamente predisposti ad accogliere quest’ultimo termine per indicare quello che una volta era definito “Levante” (“Levant” in inglese), allargandolo fino ai confini dell’India. Infatti, dal loro punto di vista è l’Europa stessa che può considerarsi “Vicino Oriente”, sebbene non sia mai esplicitamente definita tale. Ha però poco senso, ed esattamente per la suddetta ragione, che gli Europei abbiano fatto propria la terminologia statunitense: essa è evidentemente illogica dalla nostra prospettiva geografica. Posto che l’espressione più corretta ed oggettiva rimane quella di Asia Sudoccidentale (ma l’ONU adotta “Asia Occidentale”, come gl’Indiani), dal punto di vista europeo il termine più adatto appare, oltre al vecchio ed ormai (ingiustamente) in disuso “Levante”, proprio “Vicino Oriente”. Anch’esso è un calco sull’espressione originaria inglese (“Near East“), ma meglio esprime la relazione che intercorre tra i paesi europei e quelli dell’Asia Sudoccidentale. I Francesi, tradizionalmente meno inclini di noi ad accettare supinamente le influenze culturali d’Oltreoceano, utilizzano spesso l’espressione “Proche Orient” per l’area del Mediterraneo Orientale, ricorrendo invece a “Moyen Orient” quando vogliono includervi pure i paesi del Golfo Persico e l’Iràn (secondo l’uso statunitense). Non si tratta solo d’una sottigliezza geografica. Le parole informano la mentalità di chi le utilizza, ed usare “Medio” anziché “Vicino” marca una crescente distanza ideale e culturale tra i popoli europei e quelli dell’altra sponda mediterranea. Ma si tratta di una distanza che noi, in primo luogo, vogliamo creare e stiamo alimentando, anche attraverso l’uso artificioso dei termini; e con quest’osservazione chiudiamo qui la parentesi.

Mackinder: il centro dell’Isola-Mondo

Nel 1904 Halford John Mackinder (1861-1947) pronunciò e poi diede alle stampe la sua celebre dissertazione sul “perno geografico della storia”22. Si tratta d’un testo tanto celebre, e tanto spesso richiamato dalle pagine di questa rivista, che non ci si dilungherà molto per delinearne il tema centrale. In sintesi estrema, la tesi di Mackinder è la seguente: nell’Ottocento, con l’invenzione della ferrovia che pareggia la mobilità marittima, si chiude la “epoca colombiana” cominciata nel Cinquecento e caratterizzata dal predominio delle potenze talassiche; nel nuovo quadro strategico, il mondo si divide in “Pivot Area” (il futuro “Heartland“, ossia il centro del continente eurasiatico), “Inner Crescent” (il margine del continente eurasiatico) e “Outer Crescent” (il resto del mondo). L’Area Perno è impermeabile alla potenza marittima, che invece domina incontrastata nella Mezzaluna Esterna; mobilità terrestre e marittima tendono all’equilibrio nella Mezzaluna Interna. L’argomento fu ripreso ed approfondito al termine della Grande Guerra, tramite il libro Democratic Ideals and Reality23.

Se il nordamericano Mahan eleggeva la Cina a principale teatro strategico dell’epoca, il britannico Mackinder si focalizzava invece sull’Europa Centro-Orientale, ossia su quell’insieme di fragili e litigiosi paesi nati dalla disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico, dal crollo di quello russo e dalla disgregazione di quello tedesco. Non certo perché quell’area abbia un valore “assoluto” nell’equazione geopolitica mondiale24, bensì perché era la fascia che separava i due principali contendenti all’egemonia continentale: Germania e Russia. Mackinder credeva che se la Germania avesse conquistato la Russia, o la Russia la Germania, oppure se le due potenze si fossero alleate, il paese o blocco vincitore avrebbe potuto dominare l’Eurasia, e sfruttare le immense risorse continentali per spazzare via la talassocrazia britannica. L’Europa Centro-Orientale doveva perciò la sua centralità strategica ad una situazione contingente, ed il suo valore geopolitico era pertanto relativo.

Focalizziamoci ancora una volta sull’Asia Sudoccidentale. Essa rappresenta storicamente l’anello di congiunzione tra le grandi aree stanziali d’Europa e delle Indie Orientali. In passato l’Istmo di Suez, non ancora tagliato, più che unire separava; separava l’Europa dall’Oceano Indiano, privando gli oceani del loro carattere unitario25. Ecco perché gli Europei, rappresentanti della potenza marittima nell’Età Moderna, costruirono il proprio successo aggirando la regione tramite la circumnavigazione dell’Africa, il «world-promontory»26: da allora Europa, Africa e Asia divennero un tutt’uno, un’isola, che Mackinder chiamava «World-Island»27.

Mackinder definì la Pivot Area, e poi l’Heartland, in base all’idrografia, come quell’area in cui i corsi d’acqua sfociano o nell’Artico o nel Caspio, ossia in mari che non garantiscono collegamenti col più ampio mondo. Tale area di «continental and Arctic drainage» include pure l’altopiano iranico e parte del Caucaso28. Nel 1919 l’accezione di Heartland veniva allargata passando dalla geografia alla storia ed alla strategia, fino ad includervi l’intero bacino del Mar Nero e l’Asia Minore29, sebbene nel 1943 Mackinder giungesse ad una sostanziale identificazione col territorio dell’URSS30. In ogni caso, Mackinder indicava per certi i confini settentrionali, orientali e occidentali dell’Area-Perno stepposa, ma lasciava più indefiniti proprio quelli sud-occidentali31. Infatti, non solo «l’Altopiano iranico» (in cui egli include Persia, Afghanistan e Pakistan) era inserito senza remore nel Heartland32, ma l’intera «land of the Five Seas» o «Nearer East» o «Arabia» (come di volta in volta la chiamava Mackinder33), per la sua aridità e scarsa densità demografica, possedeva alcuni tratti dell’interno continentale34 pur essendo posta al margine e dotata di tre accessi all’Oceano (Nilo, Mar Rosso, Golfo Persico)35. Il risultato è che nella regione si erano storicamente succeduti imperi agricoli aperti ai mari, ma costantemente soggetti alle incursioni ed invasioni di nomadi dall’interno (che si sommavano agli attacchi europei provenienti dal mare); essa aveva servito da punto di passaggio tra L’Heartland settentrionale e quello meridionale (l’interno dell’Africa Subsahariana), e solo «la mosca tsetse ed altre piaghe» avrebbero impedito ai cavalieri delle steppe e del deserto di spingersi più a meridione del Sudan36. L’Asia Sudoccidentale di Mackinder si viene dunque a configurare come regione ibrida e duplice cerniera: tra i due Heartland, e tra i due nuclei di civiltà marinare. Essa è il centro della World-Island37.

Per tali ragioni il Vicino Oriente rappresenta «il punto debole nella cintura delle prime civiltà»38, ossia dell’Inner Crescent. L’obiettivo indicato da Mackinder, lo ricordiamo ancora, era evitare in ogni modo che la potenza che teneva il centro continentale (la Russia in quel momento, ma potenzialmente anche la Germania) riuscisse a raggiungerne il margine. Nel caso Russia e Germania si fossero alleate, scriveva Mackinder nel 1904, la talassocrazia britannica avrebbe dovuto appoggiarsi a cinque paesi: Francia, Italia, Egitto, India e Corea sarebbero divenute «altrettante teste di ponte in cui le marine esterne sosterrebbero gli eserciti, per costringere gli alleati del perno ad impegnare forze di terra ed impedire loro di concentrare le proprie energie sulle flotte»39. Inutile sottolineare che la scelta dell”Egitto dipendeva dall’apertura del Canale di Suez40, ma non era l’unico paese strategicamente rilevante nell’Asia Sudoccidentale. Il Canale di Suez è esposto alla minaccia di un esercito dislocato in Palestina, soprattutto in virtù dell’artiglieria moderna41, e Damasco è il terminale della via terrestre alle Indie Orientali42. Da qui derivava la raccomandazione post-bellica di Mackinder di «internazionalizzare» Palestina, Siria, Mesopotamia, Bosforo e Dardanelli. Nel suo linguaggio, la “internazionalizzazione” corrispondeva al dominio da parte delle forze talassiche: infatti, le opzioni prese in considerazioni erano i mandati coloniali, l’elezione di Costantinopoli a sede della Lega delle Nazioni (previa sua sottrazione alla Turchia) e pure la creazione del «National seat» giudaico in Palestina (in cambio, però, i Giudei avrebbero dovuto abbandonare il loro tradizionale «lavoro internazionalista»)43.

Spykman: la testa di ponte talassocratica

Nicholas John Spykman (1893-1943), professore statunitense d’origine olandese, riprese e riadattò la mappa geopolitica di Mackinder, con la tripartizione delle terre emerse in Heartland, Rimland (la fascia marginale dell’Eurasia) e Offshore Islands and Continents (il mondo extra-eurasiatico). L’Heartland era delimitato da Spykman con una serie di catene montuose (più l’Artico, che segna il confine settentrionale): in tal modo risultava di dimensioni più contenute rispetto alla formulazione di Mackinder, ed in particolare escludeva il Caucaso e l’Iràn. Il Vicino e Medio Oriente erano dunque interamente inclusi da Spykman nella «great concentric buffer zone»44.

Nel suo America’s Strategy in World Politics, pubblicato in piena Seconda Guerra Mondiale, non dedicava né uno specifico paragrafo né tanto meno un intero capitolo all’Asia Sudoccidentale; non per questo l’ignorava. Una parte della regione era trattata assieme al Mar Mediterraneo: ancora una volta ritroviamo l’idea che la sua importanza strategica risieda nell’essere «una grande zona di transito», dal momento che manca del potenziale bellico necessario nell’epoca industriale45. Tale zona era giudicata interessante non solo per i paesi locali, ma pure per la Gran Bretagna, dal momento che il Canale di Suez era diventato «la più importante linea delle comunicazioni imperiali»: Londra se ne assicurava il controllo non solo con una presenza navale impareggiata, ma pure mettendo le potenze locali l’una contro l’altra46. La Seconda Guerra Mondiale, allora in corso, dopo la sconfitta della Francia e prima dell’allargamento a URSS, Giappone e USA, si era configurata come «la lotta tra una piccola isola al largo e rifornita da oltremare, e la Germania che controlla la maggior parte del continente», dalla cui costa meridionale poteva insidiare «la vitale rotta mediterranea, l’Egitto, e il Vicino Oriente»47. Secondo Spykman, l’obiettivo di Hitler era quello di dare alla Germania una “spazio vitale” auto-sufficiente, invulnerabile al blocco navale britannico, che andasse dal Mare del Nord ai Monti Urali; «il Vicino Oriente, che controlla le rotte per l’Oceano Indiano e contiene il petrolio da cui dipende la vita dell’industria europea, sarà integrato, economicamente e politicamente, nella forma di Stati semi-indipendenti controllati da Berlino»48, ossia tramite la medesima forma con cui, all’epoca, era integrato all’Impero Britannico. Per quanto concerneva le mira dell’Heartland, ossia dell’Unione Sovietica, sull’Asia Sudoccidentale, Spykman riconosceva il Golfo Persico (tramite l’Iràn) e la Valle dell’Indo (tramite l’Afghanistan) quali possibili sbocchi sul mare, ma sottolineava pure ch’essi erano «stretti e difficili e limitati a singole strade su impervi passi montani», sicché le opzioni prioritarie per Mosca si riducevano al Baltico ed al Mar Nero49. In ogni caso, quand’egli scriveva l’URSS stava lottando per la propria sopravvivenza, e perciò si focalizzava sulla minaccia rappresentata da Germania e Giappone. Se i due paesi avessero conquistato l’egemonia, uno dell’Europa e l’altro del «Mediterraneo Asiatico», avrebbero potuto convergere sull’Oceano Indiano, ultimo bastione della talassocrazia nel Vecchio Mondo, ed infine puntare sull’emisfero occidentale. La regione era divenuta «la seconda zona strategica più importante nella lotta per il dominio planetario, non tanto per il potenziale bellico dei suoi Stati litoranei, bensì perché […] contiene le grandi regioni produttrici di petrolio della massa continentale eurasiatica, e le rotte continentali verso l’heartland» non controllate da Germania e Giappone50.

L’opera di Spykman, essendo stata scritta in un momento d’incertezza – nel pieno d’un conflitto mondiale – è valida soprattutto per quanto riguarda la strategia generale (la difesa “emisferica”, ossia delle Americhe, non può prescindere dall’intervento degli USA nel Vecchio Mondo), mentre nelle analisi particolari – come quella della situazione dell’Asia Sudoccidentale – risulta troppo dipendente dalle situazioni contingenti. Non di meno, presenta alcune evidenti novità rispetto a Mahan e Mackinder: la regione acquisisce importanza anche in sé, grazie alle riserve di petrolio, ed il suo rilievo strategico non è limitato alle sole comunicazioni con l’Estremo Oriente, ma anche tra l’Oceano Indiano da un lato e l’Europa e la Russia dall’altro.

Brzezinski: i Balcani eurasiatici

A distanza di mezzo secolo da Spykman, anche Brzezinski si trovava a descrivere la realtà geopolitica del mondo in una fase di arretramento della potenza moscovita. Per quanto dal 1997, quando pubblicò The Grand Chessboard51, la Russia si sia alquanto ripresa, il suo restringimento territoriale si è rivelato ben più duraturo di quello osservato da Spykman durante l’invasione nazista. La Talassocrazia, incarnata in questa fase dagli USA, per la prima volta da che storia ricordi si è trovata nella condizione di attaccare l’Heartland stesso52. Brzezinski poteva così scrivere: «Il collasso della sua rivale [l’URSS] ha lasciato gli Stati Uniti in una posizione unica», ossia quella di «prima e sola vera potenza globale»53. Al fine di mantenere la propria supremazia, Washington deve fare le proprie mosse sulla «grande scacchiera» evocata dall’ex Segretario di Stato: l’Eurasia54. Abbandonando la tradizionale suddivisione elaborata da Mackinder e revisionata da Spykman (ma non di meno traendone evidente ispirazione) Brzezinski divideva il continente in quattro sezioni: Middle Space (corrispondente all’Heartland), West, South e East (che nel loro insieme corrispondono al Rimland)55. L’Asia Sudoccidentale rientra, ovviamente, nel Sud, ed è vista come «una regione politicamente anarchica ma ricca d’energia, potenzialmente di grande importanza per gli Stati eurasiatici sia occidentali sia orientali»56. Tale “anarchia politica” si rispecchia nel fatto che sia l’unica delle quattro regioni a non ospitare uno degli «attori geostrategici» individuati da Brzezinski (sebbene l’India, che rientra nel novero, si collochi in uno spazio sospeso tra il Sud e l’Est); in compenso, la fa da padrona in tema di «perni geopolitici», dal momento che su cinque in totale, tre ne fanno parte (Azerbaigian, Turchia e Iràn) ed uno si situa in un’area di transizione con altre zone (l’Ucraìna)57. Se gli attori geostrategici sono «gli Stati che hanno la capacità e la volontà nazionale d’esercitare il potere e l’influenza oltre i propri confini», i perni geopolitici sono invece quei paesi «la cui importanza deriva non dal loro potere e dalla loro motivazione, bensì dalla loro posizione sensibile»58.

All’interno dell’Asia Sudoccidentale, Brzezinski individua un’area ben precisa, per la quale conia il termine di «Balcani Eurasiatici»: essa comprende l’Asia Centrale, l’Afghanistan, il Caucaso, ed anche porzioni di Iràn, Turchia e Cina. Stati instabili caratterizzano tutta la regione, ma nei Balcani Eurasiatici si è di fronte – argomenta Brzezinski – ad un vero e proprio «vuoto di potere»59. In quest’area passa una linea di comunicazione tra Occidente ed Oriente, s’incontrano le spinte convergenti di Russia, Cina, Turchia e Iràn, e soprattutto si trovano ingenti risorse energetiche60. In un contesto di marcata frammentazione etnica, in Asia Centrale spicca per la sua relativa omogeneità nazionale l’Uzbekistan, la cui forza superiore ispira timori nei paesi vicini ed inibisce la cooperazione regionale61. In Asia Sudoccidentale, invece, le due potenze principali sono Turchia e Iràn, ma entrambe sono «instabili nel loro orientamento geopolitico e potenzialmente vulnerabili all’interno»62. La loro importanza geostrategica risiede anche nel fatto di fungere da argini meridionali all’influenza russa63.

Gli USA sono, a parere di Brzezinski, «troppo distanti per dominare questa parte dell’Eurasia, ma troppo potenti per non esservi coinvolti». Il loro interesse primario è che nessun’altra potenza giunga a dominare la regione, che deve altresì mantenersi aperta finanziariamente ed economicamente al resto del mondo. Il miglior strumento per garantire tale «pluralismo geopolitico» consiste nella creazione d’una rete di gasdotti, oleodotti e rotte di trasporto che colleghino direttamente i bacini del Vicino Oriente e quelli dell’Asia Centrale ai maggiori centri industriali del paesi. Secondo Brzezinski, c’è una evidente convergenza d’interessi nell’area tra gli USA, la Turchia (se filo-occidentale), l’Iràn e la Cina64.

Conclusioni

Il pensiero geostrategico anglosassone ha riservato un’attenzione crescente all’Asia Sudoccidentale. Ciò dipende in primo luogo dal fattore energetico. Prima di metà ‘900, le risorse naturali sfruttabili nella regione erano scarse: Mahan e Mackinder la valutano solo alla luce del suo posizionamento. Spykman e Brzezinski ne apprezzano invece anche la qualità intrinseca di bacino di rifornimento energetico. L’Asia Sudoccidentale acquista così anche un’importanza assoluta, benché quella relativa rimanga prevalente. La relazione sotto esame è sempre quella rispetto al centro del continente, ed in particolare alla Russia, autentico punto focale della speculazione geopolitica anglosassone.

Note:

1 Alfred Thayer Mahan, The Problem of Asia and Its Effect upon International Politics, Little, Brown & Co., Boston 1900. Nel 2010 l’editore Bibliolife (Tennessee) ha pubblicato una copia anastatica della prima edizione dell’opera.

2 Ivi, pp. 4-5.

3 Ivi, p. 191.

4 Ivi, p. 18.

5 Ivi, p. 21.

6 Ivi, p. 47.

7 Ivi, pp. 101-102.

8 Ivi, p. 133.

9 Ivi, pp. 62-63.

10 Ivi, p. 191.

11 Ivi, p. 67.

12 Ivi, p. 114 e seguenti.

13 Ivi, p. 148.

14 Ivi, p. 26.

15 Ivi, pp. 42-45.

16 Ivi, p. 56.

17 Ivi, p. 77.

18 Ivi, pp. 73-74.

19 Ivi, p. 179 e seguenti.

20 Alfred Thayer Mahan, “The Persian Gulf and International Relations”, “National Review”, vol. XL (September 1902), p. 39.

21 Clayton R. Koppes, “Captain Mahan, General Gordon, and the Origins of the Term «Middle East», “Middle Eastern Studies”, vol. 12, no. 1 (Jan., 1976), pp. 95-98, ne attesta l’uso da parte del generale T.E. Gordon nell’anno 1900, sottolineando correttamente ch’esso doveva però già essere in voga in certi ambienti britannici. Oggi, infatti, si crede che nacque nel Foreign Office degli anni ’50 del XIX secolo: cfr. Peter Beaumont et al., The Middle East: A Geographical Studies, David Fulton, London 1988, p. 16.

22 H.J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History”, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (Apr., 1904), pp. 421-437.

23 Halford John Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction, Constable & Co., London 1919.

24 Sfortunatamente, la combinazione di conoscenza indiretta dell’opera, ostilità preconcetta alla geopolitica e formule infelici coniate dal medesimo Mackinder, hanno ingenerato e diffuso questa falsa opinione.

25 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 63.

26 Ivi, pp. 67-68.

27 Ivi, p. 81.

28 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 429 (vedi in particolare la figura 4); Democratic Ideals and Reality, cit., p. 96.

29 Democratic Ideals and Reality, cit., pp. 140-141.

30 Halford J. Mackinder, “The Round World and the Winning of the Peace”, “Foreign Affairs”, vol. 21, no. 4 (July, 1943), pp. 595-605; per l’identificazione Heartland=URSS vedi p. 598.

31 “The Geographical Pivot of History“, cit., pp. 429-430.

32 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 98.

33Land of the Five Seas” e “Nearer East“: “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431; “Arabia“: Democratic Ideals and Reality, cit., p. 99.

34 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431; Democratic Ideals and Reality, cit., p. 103.

35 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 102.

36 Ivi, p. 107.

37 Ivi, p. 114-115. Nel 1943 Mackinder parlava invece di una «cintura di deserti e terre selvagge» che dal Sahara raggiunge l’Ovest degli USA, passando per Arabia, Iràn, Tibet, Mongolia, Alaska e Canada: essa separa Heartland e Atlantico del Nord da un lato, Atlantico del Sud, Africa Nera, Oceano Indiano e Cina dall’altro (“The Round World and the Winning of the Peace”, cit., p. 602).

38 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431.

39 Ivi, p. 436.

40 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 173.

41 Ivi, p. 143.

42 Ivi, p. 115.

43 Ivi, p. 225-227.

44 Nicholas John Spykman, America’s Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power, Transactions, New Brunswick 2007, pp.. 180-181. L’edizione originale è di Harcourt, Brace & Co., New York 1942.

45 Ivi, p. 96.

46 Ivi, pp. 101-103.

47 Ivi, p. 119.

48 Ivi, pp. 120-121.

49 Ivi, p. 181.

50 Ivi, pp. 183-184.

51 Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard : American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York 1997.

52 Cfr. Daniele Scalea, La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali, Fuoco, Roma 2010, pp. 37-51.

53 Z. Brzezinski, The Grand Chessboard, cit., p. 10.

54 Ivi, pp. xiii-xiv, 30-31.

55 Ivi, p. 34.

56 Ivi, pp. 34-35.

57 Ivi, p. 49.

58 Ivi, pp. 48-49.

59 Ivi, pp. 123-124.

60 Ivi, p. 124.

61 Ivi, p. 131.

62 Ivi, p. 133.

63 Ivi, pp. 135-138.

64 Ivi, pp. 148-149.

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