Come nacque un impero (e come finirà presto)

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 3/2010, pp. 41-54

 

Gli odierni Stati Uniti d’America, in origine, erano un insieme slegato di colonie d’una piccola isola sottosviluppata; eppure, nel giro di pochi secoli, sono divenuti la prima ed unica superpotenza mondiale. In questo saggio si ripercorrono le ragioni geopolitiche e strategiche che condussero alla nascita delle tredici colonie originarie, alla loro indipendenza ed espansione in Nordamerica; si esamina quindi l’ascesa degli USA e del loro impero informale, e come il passaggio dall’isolazionismo all’egemonismo, che non era ineluttabile, li stia portando a perderlo.

Malgrado l’incipiente declino, gli Stati Uniti d’America rimangono tuttora la potenza egemone e restia ad accettare l’ascesa di rivali, consci come sono di rappresentare ancora la maggiore forza militare ed il principale centro diplomatico, economico e culturale del pianeta. Nessuno può scordarsi che gli USA sono stati, ed in buona parte lo sono ancora, la prima ed unica vera “superpotenza” che la storia abbia conosciuto1. Eppure, se tornassimo indietro nel tempo di appena due secoli e mezzo, troveremmo gli Stati che oggi li compongono ancora allo stadio di semplici colonie d’un altro impero. E se proseguissimo il viaggio a ritroso d’ulteriori 150 anni, scopriremmo che quella società giunta a dominare il mondo ancora non esisteva.

Il passaggio a Nord-Ovest e la casa sulla collina

Non è possibile esaminare il sorgere degli Stati Uniti d’America ignorando la nazione e l’impero di cui sono stati figli ed eredi: l’Inghilterra e l’Impero Britannico. E a tal proposito, la storia potrebbe sorprenderci di nuovo con un’ulteriore vicenda di rapido e straripante sviluppo seguito da un altrettanto precoce declino. All’inizio del XV secolo l’Inghilterra era ancora, per usare le parole di Carlo Cipolla, un «Paese sottosviluppato», anche secondo i canoni dell’epoca2. Inghilterra e Galles messi assieme (l’unificazione avvenne proprio a metà ‘500) avevano poco più di un terzo della popolazione italiana, poco più di un quarto di quella francese, ed erano superati persino da quella spagnola. Il ruolo commerciale dell’Inghilterra era marginale: la sua materia prima più ricercata, la lana, era in gran parte esportata a vantaggio delle manifatture fiamminghe ed italiane. L’industria laniera, simbolo dell’Inghilterra moderna, si sviluppò seriamente solo nel corso del ‘500, sfruttando la défaillance di quella italiana, esposta come tutto il paese al disastro delle invasioni straniere3. Le successive fortune dell’Inghilterra furono però legate ad alcune peculiarità, tra cui spicca quella geografica dell’insularità. Mahan, descrivendo i caratteri propizi allo sviluppo della potenza marittima, sotto quasi ogni aspetto individuava l’Inghilterra come la più favorita dalla geografia e dalla storia4.

Nel Quattrocento l’asse economico dell’Europa andava dai Paesi Bassi Meridionali all’Italia Centro-Settentrionale; quest’ultima era il perno del remunerativo commercio col Levante musulmano, attraverso il quale giungevano le spezie orientali ed altri articoli esotici molto apprezzati in Europa. Sul finire del secolo, i navigatori al servizio della Corona portoghese erano riusciti a scoprire una nuova rotta per l’Oriente – quella che doppia il Capo di Buona Speranza – sottraendo così agli Stati musulmani il loro ruolo d’intermediari. La Corona spagnola cercò d’emulare il successo lusitano aprendo una terza via – quella Atlantica – ma inizialmente dovette accontentarsi della scoperta d’un nuovo continente, le Americhe.

L’Inghilterra, con qualche decennio di ritardo, decise di lanciarsi all’inseguimento degli Spagnoli, imitando quanto stavano facendo sull’Atlantico. Come sottolineato da Ferguson, l’Impero Britannico non nacque “in un momento di distrazione”5, ma fu il frutto della volontà inglese di partecipare dei vantaggi che la navigazione oceanica stava dando ai paesi iberici – o meglio ancora sottrarglieli tout court6. Il percorso inglese, all’inizio, seguì pedissequamente l’esperienza spagnola: dapprima si cercò a occidente una rotta per raggiungere l’Oriente; quindi si antepose lo sfruttamento del “nuovo mondo” appena scoperto. Sotto entrambi gli aspetti, gl’Inglesi furono in principio più sfortunati. La Spagna riuscì a trovare lo Stretto di Magellano ed a raggiungere l’Oriente navigando verso ovest, mentre il mitico “passaggio a nord-ovest”, causa i ghiacci artici, rimase sempre un miraggio. La Spagna, nei territori americani conquistati, trovò giacimenti di oro e d’argento così abbondanti da renderla la nazione europea più ricca e potente del Cinquecento; gl’Inglesi sbarcarono invece in una terra in cui non c’erano né opulente civiltà urbane da saccheggiare (come gli Aztechi o gli Inca), né rilevanti risorse minerarie. I navigatori britannici, volendo rifarsi della perdita finanziaria cagionata dall’infruttuosità delle loro spedizioni, non trovarono mezzo migliore che attaccare le navi e le basi spagnole, cariche di metallo prezioso: fu così che nacque il fenomeno dei pirati dei Caraibi. Quando Spagna e Inghilterra entrarono in contrasto ufficiale, il ruolo dei pirati fu istituzionalizzato dalla Corona: i “bucanieri” divennero allora “corsari” (o “privateers”, come li chiamano gli anglofoni). Questi pirati riuscirono a catturare ricchezze davvero ingenti, ed ebbero un ruolo nient’affatto secondario nell’accumulazione di capitali che avrebbe stimolato la crescita economica dell’Inghilterra fino alla Rivoluzione industriale7. D’altro canto, per quanto fossero forti la pirateria e il contrabbando, almeno nel Cinquecento la maggior parte dell’argento e dell’oro estratto in America raggiungeva la Spagna. Fu così che la “rivoluzione dei prezzi” (la spinta inflazionistica creatasi in Europa a seguito dell’afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo) si manifestò con particolare vigore proprio nella penisola iberica, facendo perdere di competitività le manifatture indigene: Spagna e Portogallo cominciarono ad importare prodotti dall’estero, compresa l’Inghilterra, dando ulteriore impulso al rafforzamento della sua base economica8.

I primi insediamenti inglesi nel Nordamerica e nei Caraibi dovettero molto a questo meccanismo piratesco d’accumulazione del capitale, dal momento che non pochi ex corsari decisero di godersi la sudata pensione in una piantagione. La coltivazione del tabacco fu la ragion d’essere della Virginia, la colonia nordamericana che, dopo qualche fallimentare tentativo nel ‘500, fu impiantata stabilmente nel ‘600; il suo territorio era molto più esteso di quello dell’attuale ed omonimo Stato. Alla Virginia ed alle altre colonie di piantatori del Sud facevano da contraltare a Nord quelle che componevano la cosiddetta Nuova Inghilterra. Il New England fu la destinazione eletta dall’emigrazione puritana, le sette riformate estremiste che abbandonavano l’Inghilterra per andarsi a creare una propria “casa sulla collina”, una perfetta società religiosa lontana dalla peccaminosità del mondo e prossima a Dio9. Anche se il Sud delle piantagioni fu, per molto tempo, preminente dal punto di vista economico, furono le colonie di popolamento del Nord a fare la fortuna dei futuri Stati Uniti. I puritani del New England mostrarono di possedere una spinta demografica estranea tanto agl’indigeni quanto agli altri coloni europei, fossero essi spagnoli, francesi o inglesi della Virginia. Certamente pesarono fattori esogeni, come l’abbondanza di terra coltivabile (comune però anche alla Virginia), il clima relativamente più mite rispetto al Canada e più salubre rispetto ai Caraibi ed alle giungle dell’America iberica, e l’abbondanza di merluzzi al largo delle loro coste; ma decisiva fu la prolificità insita alla società puritana, dove il celibato era raro ed il matrimonio celebrato in giovanissima età. Prima ancora che l’America anglosassone divenisse meta d’una massiccia emigrazione dall’Europa, grazie ai puritani essa possedeva quella spinta demografica che fu decisiva per assicurarne la preminenza sui vicini Spagnoli10, Francesi11 e Amerindi12.

Le ragioni della libertà

Grazie all’abbondanza di terre ed all’inserimento nel circuito commerciale dell’Impero Britannico, le colonie nordamericane raggiunsero un tale grado d’opulenza che in media il colono era più ricco del cittadino della madrepatria. Eppure, non passarono due secoli da quando furono concessi i primi statuti regi per la colonizzazione, che il Nordamerica si sollevò per l’indipendenza. La storiografia tradizionale ed apologetica mise in relazione la sete di libertà dei coloni con le imposizioni commerciali e fiscali di Londra. La politica mercantilistica dell’Inghilterra aveva ispirato i Navigation Acts, leggi che ponevano sotto il controllo inglese il commercio con le colonie. La Guerra dei Sette Anni (1754-1763), pur vinta dalla Gran Bretagna, era stata cagione di spese così elevate che, negli anni seguenti, Londra dovette imporre tasse e dazi aggiuntivi da un capo all’altro del suo impero. Oggi gli storici tendono a guardare con occhi nuovi a questi eventi. Il mercantilismo inglese aveva molti risvolti positivi per l’economia delle colonie americane: infatti, le inseriva nel commercio internazionale garantendo un sicuro mercato di sbocco ai loro prodotti. Il fiscalismo post-bellico aveva sì suscitato le ira della società nordamericana, ma Londra ne aveva presto preso atto e provveduto a rimuovere le tasse e i dazi aggiuntivi. Il celebre episodio del Boston Tea Party è stato reinterpretato da protesta contro i dazi sul tè, a ribellione contro l’abbassamento di quei dazi stessi, che sfavoriva gli affari dei contrabbandieri13.

Queste vicende ebbero un ruolo nello spingere alla ribellione i coloni, ma vanno chiarite ed accompagnate ad altri fattori di non minore importanza. Il protezionismo imperiale era sempre stato applicato con scarso rigore: i coloni avevano potuto montare un’intensa attività di contrabbando. Nella seconda metà del ‘700, le esigenze fiscali di Londra la spinsero ad impegnarsi per limitare il fenomeno, scontentando i potenti contrabbandieri nordamericani. Il nuovo fiscalismo aveva poi sollevato una questione di principio sullo status delle colonie: quest’ultime ritenevano di non dover essere tassate da un parlamento in cui non avevano rappresentanza; Londra ribatteva ricorrendo alla teoria della “virtual representation”, normale in una società a suffragio limitato. Tale teoria statuisce che il parlamento rappresenta tutti i cittadini, anche quelli privi del diritto di voto. Questo principio era utilizzato in patria per sottomettere al potere legislativo tutti quei cittadini che, per motivi di censo, non vi erano rappresentati; ma gli opulenti coloni americani non accettavano d’essere parificati agl’inglesi poveri. Tra i fattori economici, va inclusa anche l’osservazione di Reinhard secondo cui «la Nuova Inghilterra finì per assomigliare talmente alla vecchia che ne nacque una situazione di latente conflittualità» in campo commerciale14.

La Guerra dei Sette Anni aveva assegnato alla milizia coloniale un ruolo di primo piano: in quel caso, non erano stati i soldati britannici a proteggere le colonie, bensì i miliziani a tutelare l’Impero. I coloni avevano perciò preso fiducia nei propri mezzi bellici, e ciò li aveva resi insofferenti ai vincoli imposti da Londra. In particolare, i Britannici tenevano a freno la rapacità dei coloni verso le terre degl’indigeni per non inimicarseli ulteriormente (durante il conflitto, gli Amerindi avevano appoggiato in massa i Francesi, eccezion fatta per alcuni loro nemici tradizionali come gl’Irochesi). Neanche la politica religiosa conciliante nei confronti dei “papisti” canadesi, annessi all’impero nel 1763, era gradita agl’intransigenti puritani del New England. Proprio in quel periodo, infatti, le colonie nordamericane stavano vivendo il “Grande Risveglio” (“Great Awakening”) della religiosità puritana.

Tutti questi eventi e motivi portarono a quella che noi chiamiamo Guerra d’Indipendenza Americana (ma sarebbe più corretto: “Guerra d’Indipendenza Statunitense”), e che i diretti interessati definiscono invece American Revolutionary War. Gli Statunitensi, ogni qual volta la Francia esprima una posizione differente dalla loro, sono soliti ricordare polemicamente i propri meriti relativamente alla sua liberazione dall’occupazione tedesca. Più raramente si ricorda come la nazione nordamericana stesse semplicemente rendendo il favore ricevuto: il conflitto per l’indipendenza (1775-1783) fu deciso in ultima istanza dall’intervento della Francia15. Gl’Inglesi ebbero a pensare che le colonie ribelli non valevano i sacrifici e lo sforzo bellico in cui si erano impegnati, e decisero di mollare la presa: all’epoca i Caraibi erano ancora considerati più importanti del Nordamerica, almeno in termini economici16.

Va infine sottolineato come, tra i vari motivi che spinsero le tredici colonie alla ribellione, non v’era il nazionalismo. La Guerra dei Sette Anni aveva cementato la solidarietà tra di esse, ma alla vigilia dell’indipendenza l’angloamericano medio percepiva come propria patria la sua singola colonia e non l’insieme delle stesse. Fu proprio la Guerra d’Indipendenza a forgiare un’identità comune. I coloni non avevano rivendicato l’indipendenza fin da subito, e si risolsero a farlo solo quando si sentirono privati d’alternative a causa dell’ostinata opposizione britannica alle loro richieste. I nordamericani desideravano l’autogoverno ed un rapporto paritario con la madrepatria all’interno dell’Impero: essi consideravano la Corona e non il Parlamento britannico l’unica autorità al di sopra di essi e, in tal senso, anteponendo il potere sovrano a quello legislativo avevano un che di “reazionario” per l’epoca17. Val la pena notare che, in senso storico, i ribelli erano dalla parte del “giusto”: pochi decenni dopo Londra cominciò a concedere l’autogoverno alle residue colonie bianche (i “dominions”), e sul finire dell’Ottocento divenne popolare in Inghilterra la teoria della “Greater Britain”, ossia della federazione paritaria tra l’Inghilterra e i dominions. Si può insomma sostenere che, nel secolo successivo, i Britannici fecero proprie quelle stesse posizioni, sorte in ambito nordamericano, che nel ‘700 avevano osteggiato.

Tornando agli Stati Uniti d’America, va osservato che, essendo nati a tavolino dalla lotta contro un comune nemico, dovettero essere costruiti in senso positivo negli anni immediatamente seguenti all’indipendenza. Gli USA nascevano come confederazione di Stati sovrani, liberi ed indipendenti: così li definiva il secondo degli articoli di «confederazione e unione perpetua» redatti durante la guerra. La Costituzione attualmente in vigore fu invece formulata tra 1786 e 1787, ossia 3-4 anni dopo l’indipendenza, e nacque dall’esigenza di favorire il commercio con l’estero tramite trattati realizzati dal governo centrale. La corrente federalista, che plasmò la nuova costituzione, riuscì a fare degli USA un’unione di Stati salda ed abbastanza centralizzata da essere protagonista a livello internazionale. Se i federalisti non avessero prevalso, e gli USA fossero rimasti una blanda confederazione di Stati indipendenti, l’intera storia mondiale sarebbe profondamente mutata.

Una nazione di frontiera senza confini

Frederick Jackson Turner, il maggiore storiografo nordamericano, ha legato il proprio nome alla tesi della frontiera18. Secondo Turner gli USA sono nati come una nazione di frontiera: è la presenza di questa frontiera tra il mondo civilizzato e le selvagge società indigene ad aver reso “americani” quei coloni che giungevano nel Nuovo Mondo come europei. La frontiera era una realtà nuova, estranea alla realtà del paese d’origine: i coloni erano altrettanti pionieri costretti a sgravarsi dell’ormai inutile retaggio europeo per adattarsi al nuovo ambiente. Fu dunque la vita di frontiera a conferire agli Statunitensi quei loro caratteri peculiari, che Turner individua nell’istinto democratico, nel rifiuto delle gerarchie e dell’autorità, nell’individualismo, nella violenza, nel disprezzo dell’arte e della scienza speculativa a vantaggio dell’empirismo e del senso pratico.

La frontiera, per gli USA, era mobile: ormai liberi dai freni britannici ed agitando il tema cripto-religioso del “destino manifesto”, nel corso dell’Ottocento andarono alla conquista del “West” con lo stesso zelo religioso dei biblici conquistatori di Canaan, e con la loro medesima spietata risolutezza a sterminare gli abitanti della “terra promessa da Dio”. È interessante notare che la conquista dell’Ovest seguì una direzione rigidamente latitudinale: il Canada non fu sfiorato, ed i territori spagnoli conquistati solo nella misura in cui si trovavano sul cammino dell’espansione statunitense. L’Alaska, che costituisce un’eccezione, fu acquistata nel 1867 ma solo per convincere i Russi ad evacuare il continente americano, tant’è vero che la colonizzazione cominciò vent’anni più tardi quando si trovò l’oro nel Klondike. L’espansione est-ovest contraddiceva la tendenza assunta fino ad allora dal colonialismo europeo in Nordamerica. Le tredici colonie britanniche erano disposte lungo la costa atlantica, da nord a sud. La Nuova Francia si sviluppava egualmente in senso longitudinale: al suo massimo splendore si estendeva dal Canada Orientale alla Louisiana, fiancheggiando a occidente le colonie britanniche. Dopo la Guerra dei Sette Anni, i diritti su quella che era stata la Nuova Francia furono spartiti tra la Gran Bretagna a est (territori contigui alle tredici colonie, ma in buona parte destinati da Londra a fare da riserva indiana) e la Spagna a ovest, ancora una volta secondo la logica delle bande longitudinali. Furono gli USA ad invertire questa logica. Un ruolo, probabilmente, lo ebbe il meccanismo inizialmente scelto per l’organizzazione dei nuovi territori: essi avrebbero dovuto essere spartiti tra le tredici colonie, grosso modo tracciando a partire dai loro rispettivi confini settentrionale e meridionale due linee parallele all’Equatore che intersecassero le regioni conquistate. Dopo l’indipendenza, fu il governo centrale ad avocare a sé i nuovi territori, dove furono creati ulteriori Stati. A parte ciò, non si può mancare di notare come l’espansione lungo le stesse linee latitudinali sia osservabile frequentemente nella storia: tale “regola” fu seguita, con maggiore o minore rigore, dagl’imperi persiano, macedone, romano, arabo e, in età più recente, russo. Si può supporre che la ricerca d’un clima affine a quello della madrepatria costituisca uno dei motivi all’origine del fenomeno.

Quando Turner esponeva la sua tesi, il “selvaggio Ovest” era ormai totalmente acquisito dagli USA: il “destino manifesto” si era compiuto e i “cowboys” avevano raggiunto il Pacifico. Turner, e molti altri con lui, si chiesero se la fine della frontiera non comportasse anche la fine del dinamismo sociale e culturale che aveva caratterizzato la civiltà statunitense19. Un altro storico ribatté che la corsa alla frontiera non era finita: semplicemente, essa si era spostata oltremare. Il nome di quello storico era Theodore Roosevelt, e di lì a pochi anni, divenuto presidente, avrebbe contribuito attivamente a realizzare la propria tesi.

Le “nuove frontiere” degli Stati Uniti d’America si trovavano nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, viste come le due naturali aree di proiezione della loro potenza. Roosevelt, aggiungendo il proprio “corollario” alla Dottrina Monroe, la fece evolvere da esclusiva (escludere le potenze europee dalle Americhe) ad inclusiva (includere Washington nella politica interna degli altri paesi americani). La Guerra Ispano-Statunitense per Cuba, combattuta nel 1898, portò in dote agli USA anche il possesso delle Filippine, sancendo così l’intimo legame tra l’espansione centroamericana e quella asiatica.

Va precisato che queste “proiezioni di potenza”, spesso puro e semplice imperialismo, ponevano gli USA in linea con le altre grandi potenze mondiali dell’epoca. La crisi di sovrapproduzione del 1873 e la successiva “Grande Depressione” avevano indotto le varie nazioni ad intraprendere svolte protezioniste. Gli USA avevano precorso i tempi, dato che tale svolta era avvenuta in coincidenza con la Guerra di Secessione (1861-1865), ed in parte l’aveva provocata (il Sud agrario si opponeva da decenni al protezionismo propugnato dal Nord industriale). Le grandi potenze avevano cercato di creare spazi economici chiusi ed autosufficienti, costituiti in genere da imperi coloniali: non a caso l’ultimo ventennio dell’Ottocento è passato alla storia come “l’età dell’imperialismo”. Gli USA, nati da una rivoluzione anti-imperialista (una decolonizzazione ante litteram, benché “bianca”), erano più restî a farsi delle colonie vere e proprie, ma non si facevano scrupoli a praticare un “imperialismo informale”, una forma di dominio indiretto che usava comunque tutte le leve a disposizione (politiche, economiche e pure militari) per mantenere in stato di soggezione le vittime designate. D’altro canto, a differenza di altre potenze gli USA non avevano alcun bisogno di creare colonie di popolamento: l’abbondanza di terra in patria ed il processo d’industrializzazione permisero alla federazione nordamericana d’assorbire con facilità la pur imponente crescita demografica20.

Un isolazionismo estroverso

Fino all’inizio della Guerra Fredda, se si eccettua la parentesi wilsoniana, la strategia statunitense potrebbe definirsi “isolazionista”. Non bisogna però farsi confondere, come spesso accade, da questo termine, immaginandosi una politica introversa. Il cosiddetto “isolazionismo” statunitense ebbe ben poco a che fare, ad esempio, col Sakoku nipponico. Il Sakoku era, letteralmente, una chiusura del paese ad ogni contatto con l’esterno, eccetto quelli autorizzati dal governo, i quali erano ben pochi (un paio di porti aperti ai mercanti di due sole nazioni, Cina e Olanda). L’isolazionismo degli USA, al pari dello “splendido isolamento” della Gran Bretagna, era altresì una strategia tesa alla valorizzazione del carattere insulare (in senso anche geografico per Londra, solo geopolitico per Washington) del paese, mantenendolo estraneo ai continui conflitti del continente, ma certo non rinunciando alla proiezione di potenza. La Dottrina Monroe, escludendo le potenze europee dalle Americhe, rappresentava la base stessa dell’isolazionismo degli USA: l’assenza di potenziali minacce sulla terraferma permetteva di proiettarsi sui mari, e di scegliere dove, come e quando intervenire militarmente, senza il rischio d’essere aggrediti per primi sul proprio territorio.

La strategia isolazionista degli USA ha seguito due direttrici: da un lato, mantenere le Americhe libere da proiezioni di potenza esterne; dall’altro, impiegare i mezzi della politica estera (incluso lo strumento militare) al servizio della potenza economico-finanziaria della federazione e dei suoi privati cittadini. Walter LaFaber, scrivendo la storia della politica estera statunitense tra la Guerra di Secessione e la Prima Guerra Mondiale, ne ha individuato il leit motiv nella “ricerca d’opportunità” economiche (ed anche di proselitismo religioso) in giro per il mondo – con Washington disposta a far ricorso a qualsiasi mezzo (compresa la guerra o la destabilizzazione) pur di coglierle21. Un presidente degli Stati Uniti, William Howard Taft, la chiamò «diplomazia del dollaro».

Nel Novecento, gli Statunitensi dovettero realizzare che la Dottrina Monroe e il Corollario Roosevelt non erano di per sé sufficienti a garantire una proficua politica isolazionista. Innanzi tutto, l’espansionismo li portò presto a raggiungere i lidi del Vecchio Mondo: inizialmente i loro interessi si concentrarono nell’Estremo Oriente, in Giappone e, soprattutto, Cina. Nel 1904, Mackinder parlava degli USA come di una «potenza orientale», e tracciava nell’Atlantico il confine tra Occidente (l’Europa) e Oriente22. Già questo era sufficiente per indurre Washington a preoccuparsi degli equilibri eurasiatici. Ma c’era una ragione ulteriore, e persino più importante. Gli USA presero progressivamente coscienza, sulla scorta di quanto era già noto in Gran Bretagna da decenni (e percepito istintivamente da secoli), che l’insularità era presupposto necessario ma non sufficiente per l’isolazionismo. Nemmeno il dominio dei mari era sufficiente, e comunque all’epoca gli USA non lo avevano. Se una nazione o lega avesse raggiunto l’egemonia in Europa, nell’Estremo Oriente o peggio ancora nell’intera Eurasia, essa avrebbe potuto sfidare la talassocrazia nel suo territorio, ossia gli oceani. Una potenza continentale che conquisti l’egemonia sulla terraferma, infatti, acquisisce il carattere dell’insularità (se tutto il continente è unito, esso diviene un’isola in termini geopolitici). A quel punto si tratterebbe d’uno scontro tra due isole, e quella delle due che riuscisse a vincere il controllo dei mari avrebbe vinto anche la guerra.

Corollario dell’isolazionismo, per potenze insulari e talassiche come la Gran Bretagna e gli USA, era dunque l’equilibrio di potenza sul continente. Il continente – sia inteso come Eurasia, sia nel significato ristretto di Europa (che aveva senso allora, quando gli Europei dominavano ancora il mondo) – in quanto frammentato in una pluralità di nazioni, tende naturalmente all’equilibrio. Talvolta, però, quando una potenza acquisisce una superiorità tale da poter puntare all’egemonia, l’isola è costretta a scendere in campo in prima persona per appoggiare chi ancora resiste sul continente. Fu il caso delle Guerre Napoleoniche, quando la Gran Bretagna dovette aiutare le altre potenze europee ad arginare la Francia; e fu il caso della Prima Guerra Mondiale, quando furono gli USA a doversi impegnare in Europa per aiutare Francia, Gran Bretagna e Italia a soffocare l’egemonismo germanico. Wilson, precursore dell’interventismo, avrebbe voluto dare agli USA un ruolo politico permanente in Europa e nel mondo; ma vinta la guerra e ristabilito l’equilibrio, i suoi connazionali preferirono il ritorno all’isolazionismo.

La politica estera degli USA negli anni ’20 chiarisce alla perfezione il carattere dell’isolazionismo statunitense. Washington rifiutò d’impegnarsi politicamente in Europa, ma affermò il proprio ruolo politico e finanziario: un ruolo discreto e poco appariscente, ma che le permise di tirare le fila della politica europea per un decennio23. Le banche statunitensi contribuirono alla stabilizzazione monetaria di molti paesi europei (Mussolini stesso fu aiutato da prestiti d’Oltreoceano a raggiungere “quota 90” nel cambio lira-sterlina24) e, quando la tensione tra Francia e Germania raggiunse il culmine (occupazione della Ruhr), furono sempre gli Statunitensi ad elaborare una via d’uscita, il Piano Dawes del 1924, che non a caso prende il nome da un finanziere nordamericano. Emblematica l’estraneità degli USA, l’anno seguente, dal Patto di Locarno, che in fondo altro non fu che la conseguenza politica all’accordo economico del Piano Dawes.

Insomma: l’isolazionismo statunitense non assomigliò in nulla alla chiusura ed all’introversione del Sakoku giapponese. L’isolazionismo degli USA fu invero molto estroverso.

La svolta egemonista

Gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale segnarono il passaggio degli USA dal tradizionale isolazionismo a quello che potremmo chiamare “interventismo”. L’ingresso nel conflitto da parte di Washington seguì le stesse logiche del 1917, ossia garantire l’equilibrio di potenza continentale nei confronti d’un tentativo egemonico. L’unica differenza significativa è che, nel 1941, i tentativi egemonici con cui confrontarsi erano due: della Germania in Europa e del Giappone in Asia. Ciò non toglie che, come nel primo dopoguerra, nel 1945 gli USA avrebbero potuto volgersi nuovamente all’isolazionismo; ma questa volta non accadde. Si possono trovare almeno tre spiegazioni valide per questo cambio di rotta.

La prima, proposta da John Lewis Gaddis, è il trauma di Pearl Harbour: l’attacco giapponese aveva mutato la percezione della sicurezza da parte degli Statunitensi. L’isolazionismo aveva fallito, o almeno così si pensava, perché alla fine gli USA si erano ritrovati di nuovo invischiati in una guerra mondiale, e molto più sanguinosa della prima. Il wilsonismo aveva avuto la sua rivincita: gli Statunitensi decisero che solo un impegno stabile e permanente nel continente eurasiatico li avrebbe protetti da una nuova guerra. Gaddis arriva di conseguenza ad individuare in «Pearl Harbour l’evento fondante dell’impero americano»25. È probabile che ciò abbia pesato nell’immediato, ma passata l’emozione del momento i dirigenti degli USA dovettero percepire il problema in maniera più distaccata ed oggettiva. I traumi bellici patiti dal loro paese erano decisamente minori rispetto a quelli d’ogni altro rilevante protagonista delle due guerre mondiali: le perdite umane e materiali della federazione nordamericana non sono neppure paragonabili a quelle di Germania e Russia, e ben lontane pure da quelle di Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia26. Il territorio degli USA fu l’unico, tra quelli dei grandi contendenti, ad essere completamente risparmiato dalle distruzioni della guerra (all’epoca le Hawaii non erano uno Stato federato bensì un «Territorio», ossia una colonia). Inoltre, la strategia isolazionista del primo dopoguerra – col suo carattere di disimpegno politico ma impegno economico-finanziario – si era dimostrata efficace finché fu applicata, ossia fino al 1929. Fu la crisi del ’29 a spingere Washington, ed in particolare Franklin Delano Roosevelt, al disimpegno dalla guida economico-finanziaria del mondo; e fu tale disimpegno, e non l’isolazionismo attivo precedentemente seguito, a rendere possibile lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ciò ci porta ad indagare sulle altre possibili spiegazioni.

La seconda possibile è il declino della Gran Bretagna. Grazie alla comunanza d’interessi strategici ed alle affinità etno-culturali, gli USA si erano adattati alla talassocrazia britannica. Essa ricopriva un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio sul continente eurasiatico: tant’è vero che in entrambi i conflitti mondiali Londra anticipò d’alcuni anni la discesa in campo di Washington. Le due guerre, però, consumarono le risorse britanniche e portarono al crollo dell’Impero. Gli USA, anche per un’atavica ostilità verso l’imperialismo britannico, accolsero con soddisfazione la caduta della progenitrice dallo scranno di grande potenza mondiale; ma ciò imponeva loro di caricarsi in prima persona di quell’onere talassocratico fino ad allora sopportato da Londra. Questo implicava certo un maggiore interventismo, ma non comportava di per sé la scelta d’una strategia egemonista. L’isolazionismo era compatibile con una certa misura d’ulteriore impegno.

La terza spiegazione risiede nella presenza dell’Unione Sovietica. Alla fine della Prima Guerra Mondiale in Europa non c’era più uno squilibrio che richiedesse la presenza permanente degli USA. Alla fine della Seconda, però, uno Stato semi-continentale, ammantato di fascino ideologico e dotato d’un poderoso strumento militare, controllava mezza Europa. L’equilibrio, nel 1945, non c’era. Eppure, gli USA avevano i mezzi per ricrearlo e, quindi, ritornare al loro isolazionismo. Per alcuni anni la tentazione fu presente a Washington. George Frost Kennan propose di ricostituire una Germania unita, armata e neutrale27. Essa sarebbe stata al di fuori del controllo statunitense, ma avrebbe controbilanciato l’URSS in Europa. Il piano di Kennan fu rifiutato, ma venne bocciato anche quello di Morgenthau per la deindustrializzazione tedesca. Il Piano Marshall rappresentò una via di mezzo: l’Europa fu rivitalizzata ed armata, ma sotto il controllo e la tutela degli USA. Eppure, ancora negli anni ’50, il presidente Eisenhower appoggiò la (fallita) creazione della CED, ossia di un autonomo dispositivo militare europeo: qualcosa che oggi sarebbe fortemente temuto dagli strateghi di Washington. Lo stesso Eisenhower pensò d’impiegare i nazionalisti arabi per contenere il comunismo. Addirittura negli anni ’70, dovendo fare i conti con l’indebolimento causato dalla Guerra del Vietnam, Nixon e Kissinger puntarono sull’impiego di potenze intermedie (tra cui la Cina) per tenere a bada l’URSS.

Il fatto è che gli USA ebbero la possibilità di scegliere. Avrebbero potuto tornare all’isolazionismo ed alla politica di equilibrio in Eurasia, limitandosi ad un’egemonia di tipo economico-finanziaria. L’edificio costruito dalla Conferenza di Bretton Woods serviva egregiamente a quello scopo; meglio di quanto aveva fatto il gold exchange standard nel primo dopoguerra. Di fronte al rifiuto sovietico – tra l’altro non immediato – a subordinarsi all’ordine economico a guida statunitense, Washington decise d’abbandonare l’isolazionismo e puntare sul wilsonismo.

L’interventismo wilsonista proiettava la politica estera statunitense in una nuova dimensione; una dimensione in cui gli USA s’impegnavano in maniera diretta e permanente nel continente eurasiatico (Dottrina Truman). L’egemonia è per la strategia interventista ciò che l’equilibrio è per l’isolazionismo. Le implicazioni erano due: la rinuncia a molti dei vantaggi dell’insularità; la ricerca d’un dominio a tutto tondo, non più solo economico e finanziario ma anche politico, militare e culturale: in altre parole, un’egemonia imperiale. La necessità di garantire militarmente grosse fette del continente eurasiatico, dislocandovi a mo’ di guarnigione intere divisioni, flotte e squadriglie, significava perdere quella possibilità di scegliere il momento in cui impegnarsi in guerra e di contenere le spese militari, che erano due vantaggi tipici dell’insularità28. Imponendo la propria egemonia sull’Europa Occidentale, la Corea del Sud, alcuni paesi del Sud-est asiatico e del Vicino Oriente, gli USA sono sbarcati in Eurasia e sono divenuti, gioco forza, una potenza continentale.

Un simile impegno richiede un immenso consumo di risorse. Gli USA erano riusciti a rilevare la Gran Bretagna nella sua posizione di talassocrazia sfruttando le maggiori risorse della base territoriale di cui disponevano. Mackinder aveva visto giusto nel prevedere il declino britannico, di fronte a potenze dalle dimensioni semi-continentali che disponevano dunque d’una base territoriale assai più ampia per creare una forza navale. Ma il tentativo d’egemonizzare tutto il Rimland eurasiatico e, dopo il crollo dell’URSS, tutto il continente – in altre parole, di creare un impero globale – si è rivelato troppo persino per le risorse statunitensi. Washington è incorsa nella trappola della sovra-estensione (“over-stretching29) ed è cominciato il suo declino.

Ancora una volta, i dirigenti statunitensi hanno avuto di fronte a sé una scelta ben precisa. Evitare il declino tornando alla strategia isolazionista, oppure esorcizzarlo aggrappandosi con le unghie alla parziale egemonia ottenuta. Come noto, stanno optando per questa seconda soluzione. Tuttavia, vista l’insufficienza delle risorse, gli USA non hanno potuto mantenere un predominio a tutto campo. Mentre il declino industriale, economico, finanziario e culturale si fa ogni giorno più evidente, Washington ha giocato tutte le sue carte nell’unico campo in cui la supremazia statunitense sembra ancora in grado di reggere: quello militare. Il militarismo è una patologia tipica degl’imperi in declino. Dalla fine del II secolo dopo Cristo, nell’Impero Romano l’esercito assunse progressivamente il controllo d’ogni aspetto della società. Non solo i militari monopolizzarono la carica imperiale, ma l’economia fu ridisegnata in funzione esclusiva delle esigenze difensive: si arrivò al punto di fissare per legge l’ereditarietà di quei mestieri importanti per l’esercito. L’URSS stessa cercò di reggere la competizione con gli USA concentrandosi sempre più sulle forze armate. La storia ha insegnato come la militarizzazione d’un impero sia in genere il preludio alla sua caduta. Gli Stati Uniti d’America faranno forse eccezione?

Note:

1 Cfr. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, pp. 10-24. Comunemente si assegna il rango di “superpotenza” anche all’Unione Sovietica, ma pure chi lo fa è costretto ad ammettere il netto divario che intercorreva tra le due (magari distinguendo tra una «prima e vera» e «l’altra» superpotenza, come fa Guido Formigoni, La politica internazionale nel Novecento, il Mulino, Bologna, pp. 187-191).

2 Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, Bologna, p. 388.

3 Ibidem, p. 391.

4 Alfred Thayer Mahan, The Influence of Sea Power upon History, 1660-1783, Little, Brown and Company, Boston 1890, Chapter 1.

5 Come sostenne invece John Robert Seeley, The Expansion of England. Two Courses of Lectures, Roberts Brothers, Boston. La sua affermazione, divenuta proverbiale, suona esattamente così: «We seem, as it were, to have conquered and peopled half the world in a fit of absence of mind», e si trova a pagina 8 dell’opera. Inserendola nel suo contesto, si comprende che l’intenzione di Seeley nell’enunciare tale frase non era tanto quella di fare un’apologia dell’imperialismo britannico (cosa che comunque fece, ed apertamente, nel resto del suo libro), quanto di sottolineare come l’estensione del dominio inglese non si accompagnò ad un significativo mutamento di Weltanschauung o ad uno spostamento dell’attenzione verso l’estero: mentre conquistavano il mondo, gl’Inglesi rimasero profondamente concentrati sulla loro piccola isola.

6 Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 18-20.

7 Cfr. Ibidem, pp. 25-26 e C.M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, cit., pp. 395-396.

8 Cfr. Wolfgang Reinhard, Storia del colonialismo, Einaudi, Torino 2002, p. 76.

9 Cfr. Romolo Gobbi, America contro Europa. L’antieuropeismo degli americani dalle origini ai giorni nostri, M&B, Milano 2002.

10 Cfr. N. Ferguson, Impero, cit., pp. 65-66.

11 Cfr. W. Reinhard, Storia del colonialismo, pp. 104-109.

12 Cfr. Geoffrey Parker, La rivoluzione militare, il Mulino, Bologna 19992, pp. 215-216.

13 N. Ferguson, Impero, pp. 84-85.

14 W. Reinhard, Storia del colonialismo, cit., p. 124.

15 L’ingresso in guerra della Francia avvenne nel 1778, ma già dal 1776 Parigi riforniva di armi, munizioni e provvigioni varie i ribelli nordamericani.

16 Cfr. N. Ferguson, Impero, p. 92.

17 Cfr. Guido Abbattista, La rivoluzione americana, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 57-64.

18 Vedi Frederick Jackson Turner, “The Significance of the Frontier in American History”, “Proceedings of the State Historical Society of Wisconsin”, December 14, 1893.

19 La “fine della frontiera” di Turner è stata paragonata alla fine della “epoca colombiana” proclamata, più o meno negli stessi anni, dal geografo britannico Halford John Mackinder: entrambe sono viste come “teorie dello spazio chiuso”. Si vedano: John Malin, “Space and History: Reflections on the Closed-Space Doctrines of Turner and Mackinder and the Challenge of Those Ideas by the Air Age”, “Agricultural History”, vol. 18, Part 1: no. 2 (Apr. 1944), pp. 65-74, Part 2: no. 3 (July 1944), pp. 107-126; Arthur Butler Dugan, “Mackinder and his Critics Reconsidered”, “The Journal of Politics”, vol. 24, no. 2 (May 1962), pp. 241-257; Gerry Kearns, “Closed Space and Political Practice: Frederick Jackson Turner and Halford Mackinder”, “Environment and Planning D: Society and Space”, 2:1 (1984), pp. 23-24.

20 All’indipendenza, gli USA superavano di poco i 2 milioni di abitanti. Alla vigilia della Guerra di Secessione si era già passata quota 30 milioni, e nel 1900 quota 75 milioni. In 130 anni gli abitanti degli USA erano aumentati di oltre 35 volte, passando da circa lo 0,2% a più del 4,6% della popolazione mondiale.

21 Walter LaFaber, The Cambridge History of American Foreign Relations, Vol. II: The American Search for Opportunity, 1865-1913, Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1993.

22 Halford John Mackinder, “The Geographical Pivot of History”, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (Apr. 1904), pp. 421-437.

23 Cfr. G. Formigoni, La politica internazionale nel Novecento, cit., pp. 145-147. In alternativa al termine “isolazionismo”, giudicato improprio per definire la politica statunitense dell’epoca, è stato proposto quello di «internazionalismo politicamente disimpegnato» (Frank Ninkovich, The Wilsonian Century. U.S. Foreign Policy since 1900, University of Chicago Press, Chicago 1999, p. 81).

24 Cfr. Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone, “La collocazione internazionale dell’economia italiana” in Richard J.B. Bosworth e Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, il Mulino, Bologna 1991, pp. 147-196.

25 John Lewis Gaddis (a cura di Raffaele D’Agata), La guerra fredda: rivelazioni e riflessioni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 81-84.

26 Nel complesso dei due conflitti mondiali, e considerando soltanto i morti e non i feriti, gli USA persero circa 550.000 persone, quasi tutti militari. I dati corrispondenti (si tratta di stime meno precise, perché implicano una quota assai maggiore di civili) per le altre grandi potenze sono: Russia/URSS 27 milioni, Germania 9-10 milioni, Impero Britannico (inclusi i dominions e le colonie) 4-5 milioni, Giappone 2,7 milioni, Francia 2,3 milioni, Italia 1,8 milioni. Uno sbilanciamento ancora maggiore lo si rileverebbe computando le perdite materiali. Cfr. Daniele Scalea, La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali, Fuoco, Roma 2010, pp. 32-33.

27 Cfr. J.L. Gaddis, La guerra fredda, cit., pp. 240-242.

28 Alla fine dell’Ottocento, a Londra costava relativamente poco mantenere un impero che controllava un quarto della superficie e della popolazione mondiali (cfr. N. Ferguson, Impero, cit., pp. 205-207).

29 Cfr. Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers, Random House, New York 1987, pp. 438-439.

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Un pensiero su “Come nacque un impero (e come finirà presto)”

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