L’importanza della Russia per l’Italia

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 2/2010

 

Dieci secoli d’indifferenza

Nel 1472 il gran principe Ivan III di Mosca, futuro gosudar’ (sovrano) di tutta la Russia, sposò una principessa bizantina, Sofia (già Zoe) Paleologa, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore romano d’Oriente caduto diciannove anni prima sulle mura di Costantinopoli assaltata dai Turchi. Per l’occasione, Ivan III adottò l’aquila bicipite bizantina ed il cerimoniale di corte imperiale, nonché il titolo di zar (car’ secondo la corrente traslitterazione) – ossia “cesare”, retaggio dei primordi imperiali di Roma tramandatosi di successione in successione fino all’epilogo del 1453. Non sorprende che negli stessi anni si diffondessero in Russia la leggenda della discendenza dei principi moscoviti dagl’imperatori romani e la dottrina della “Terza Roma” – Mosca appunto – successore dell’originale e della Seconda Roma bizantina1.

Secondo la leggenda Ottaviano Augusto avrebbe, in tarda età, spartito fra i parenti l’Impero (all’epoca in cui tale storia fu ideata era normale considerare lo Stato proprietà del sovrano, sicché tale concezione veniva trasposta anche all’epoca classica) ponendo un suo fratello, di nome Prus, a capo delle rive della Vistola. Da Prus sarebbe disceso, dopo quattordici generazioni, Rjurik, il vichingo iniziatore della dinastia rjurikide cui apparteneva Ivan III. La dottrina della Terza Roma, nata nel XV secolo, avrebbe però trovato una compiuta formulazione solo cinque anni dopo la morte di Ivan III il Grande, quando nel 1510 l’abate Filofej scrisse allo zar Basilio III una lettera contenente la celebre frase: «Due Rome sono cadute, ma la terza è in piedi e non ve ne sarà una quarta»2.

Pochi anni dopo il suo matrimonio con Sofia, Ivan III inviò un proprio agente a Venezia, con lo scopo d’invitare a Mosca architetti ed altri luminari italiani: tra coloro che accettarono v’erano Aristotile Fieravanti, Aloisio da Milano, Marco Ruffo e Pietro Antonio Solario. Fieravanti costruì in pochi anni la Cattedrale dell’Annunciazione. Ruffo, Solario ed altri architetti italiani misero mano al Cremlino, edificandovi il Palazzo delle Faccette e varie torri. Si trattava solo di un’avanguardia, poiché l’apporto italiano all’architettura russa fu costante per secoli. Su questo tema esistono eccellenti monografie3, qui ci limiteremo a citare pochi altri esempi, come Bartolomeo Francesco Rastrelli (1700-1771), autore del Palazzo d’Inverno, dell’Istituto Smol’nyi a San Pietroburgo e del Palazzo di Carskoe Selo (oggi Puškin), e Giacomo Quarenghi (1744-1817), cui si deve il Teatro dell’Hermitage (San Pietroburgo).

Malgrado tali significative relazioni culturali – a dire il vero piuttosto unidirezionali – per molti secoli quelle politiche non furono altrettanto notevoli, se si eccettuano i rapporti tra la Roma papale e la Mosca ortodossa, di tenore precipuamente religioso e non certo idilliaci. Il perché dell’assenza di rapporti politici tra Russia e Italia per circa un millennio è facilmente individuabile.

Dal IX secolo all’anno mille la Rus’ di Kiev è uno Stato di collegamento sulla rotta fluviale nord-sud che collega il Baltico al Mar Nero, e non a guarda a ovest. Nel medesimo periodo, il Regno d’Italia d’origine longobarda-carolingia è in piena crisi istituzionale, ed anche a sud il controllo bizantino scricchiola pesantemente lasciando spazio a tentativi secessionisti: non c’è spazio per guardare all’estero, se non per il timore d’invasioni. Dal XIII secolo all’età di Ivan III i principati russi sono posti sotto il tallone dell’Orda d’Oro mongola, e dunque orientati verso est; nello stesso periodo in Italia il fallimento dei tentativi egemonici imperiali portano ad un’estrema disintegrazione politica, soprattutto nel centro-nord del paese: la politica “estera” dei potentati italiani si rivolge principalmente alle città vicine, al massimo alle leghe nazionali di guelfi e ghibellini ed alle potenze vicine che possono intervenirvi militarmente. Quando la Moscovia si sottrae al controllo mongolo e riunifica i territori della Rus’ di Kiev, assurgendo finalmente al rango d’importante paese europeo, in Italia la calata di Carlo VIII inaugura i secoli bui in cui la penisola è campo di battaglia e terra di conquista per le grandi potenze straniere. Nei mille anni che vanno dalla nascita della Rus’ all’età napoleonica, quella della Russia è la storia d’una potenza in ascesa e quella dell’Italia d’una potenza in declino, ma nemmeno Mosca ha in quel periodo la forza per proiettarsi al di fuori del ristretto ambito regionale. Così, mentre l’Italia si concentra sulle lotte intestine, il Cremlino bada alla riunificazione russa non oltre l’Ucraìna e la Bielorussia, sfogando il suo espansionismo soprattutto verso est, nell’esaltante galoppata siberiana dei Cosacchi tra ‘500 e ‘600. In tali condizioni, le due storie nazionali non possono incontrarsi, ma tutt’al più scambiarsi i fuggevoli sguardi culturali che abbiamo in precedenza sommariamente descritto.

L’Italia scopre la Russia

Nella lotta contro la Francia di Napoleone Bonaparte la Russia d’Alessandro I si conquistò il ruolo di grande potenza europea. L’Italia non poteva più ignorarne l’importanza, mentre Mosca poteva benissimo dar poco peso alla nostra ancora debole e divisa penisola: ecco perché l’Italia cominciò a “scoprire” la Russia all’inizio dell’Ottocento, ma ci volle ancora molto tempo perché fosse pienamente ricambiata. Come vedremo, si potrebbe sostenere che Mosca, ancora in periodo sovietico, non avesse completamente scoperto l’Italia.

Tale “scoperta”, per circa un secolo, non fu molto gradita agl’Italiani. La Russia, in virtù del suo ruolo legittimista sancito dalla Santa Alleanza, fu costantemente ostile al processo di riunificazione italiana – benché essa riscuotesse diffuse simpatie tra la sua élite colta. Oltre cinquantamila italiani (per metà settentrionali e per metà meridionali) presero parte alla grandiosa campagna napoleonica di Russia, per lo più inseriti nel IV Corpo agli ordini del vicerè e figlio adottivo dell’Imperatore Eugène de Beauharnais. Questi cinquantamila uomini subirono il tragico destino di quasi tutta la Grande Armée, ma non prima d’essersi coperti di gloria a Borodino.

Nel 1849 i Russi concorsero alla sconfitta dei moti del Quarantotto invadendo l’Ungheria di Kossuth; aiutandovi gli Asburgo, indirettamente ne favorirono l’azione in Italia, anche se a dire la verità nella penisola, al tempo della campagna d’Ungheria, la rivoluzione era già agonizzante.

Pochi anni dopo gli Asburgo, dando un formidabile sfoggio d’irriconoscenza, si schierarono contro i Romanov nell’area balcanica. Ciò avrebbe potuto fare dell’Impero Russo un possibile alleato del Risorgimento italiano, in virtù della comune inimicizia per gli Austriaci, ma la distanza geografica, l’isolamento diplomatico di Mosca e la scarna storia dei rapporti diplomatici tra i due paesi spinsero il Conte di Cavour a non prendere neppure in considerazione quest’ipotesi, per volgersi invece decisamente verso Londra e Parigi. Nel 1855, pur contro il parere dell’opinione pubblica e del suo stesso Gabinetto, il Conte di Cavour scelse di rispondere positivamente alle richieste delle due potenze occidentali, inviando reparti piemontesi a combattere in Crimea contro la Russia e, dunque, a favore di Vienna che, seppur solo diplomaticamente, appoggiava l’intervento. Anche se la Guerra di Crimea è generalmente descritta come un “capolavoro diplomatico” del Conte di Cavour – che ottenne così di fare della questione italiana un problema di politica internazionale, e non più d’ordine pubblico – lo storico britannico Denis Mack Smith ha avanzato diversi dubbi, sostenendo che la decisione dell’intervento era stata forzata da Vittorio Emanuele II e che al Congresso di Parigi «i risultati furono deludenti», tanto che il Conte di Cavour sperò di «trovare un alleato nella sconfitta Russia»4.

In realtà l’Italia continuò a guardare alle potenze occidentali, ed anzi dopo l’Unità – quando gli appetiti del nostro paese si volsero verso i Balcani – la Russia divenne un “competitore” politico. Lo stesso avvicinamento alla Germania derivò anche dalla preoccupazione per il Dreikarserbund russo-tedesco-austriaco, potenzialmente in grado di definire il destino dei Balcani tagliando fuori l’Italia5, e la nascita della Triplice Alleanza coincise grosso modo colla crisi del Patto dei Tre Imperatori. In poche parole, l’Italia entrò nel sistema d’alleanze austro-tedesche in sostituzione della Russia.

Solo all’inizio del ‘900 l’Italia cominciò a scoprire la Russia con occhi nuovi, non più guardandola come una lontana minaccia bensì come una potenziale amica.

La Russia come contrappeso diplomatico

La storia diplomatica dell’Italia è fatta di pesi e contrappesi, d’alleati ed “amici”. Ciò è comprensibile per quella ch’è stata l’ultima delle grandi potenze e che è, dal 1943, solo una media potenza. Roma si è sempre legata ad un alleato potente, sotto la cui ègida potesse condurre la propria politica; nel contempo, per non diventare troppo succube del senior partner, ha cercato d’appoggiarsi ad una seconda potenza, non alleata ma “amica”, di modo che dalla triangolazione potessero sorgere inediti spazi d’autonomia.

Il Risorgimento fu compiuto sotto l’ala protettrice del Secondo Impero Francese, ma le autorità piemontesi ed i patrioti mantennero stretti legami con l’Inghilterra. Senza questo secondo punto di riferimento la storia d’Italia sarebbe alquanto mutata. Napoleone III promosse l’espansione della Corona sabauda nel Norditalia, in funzione anti-asburgica, ma nei suoi disegni strategici esso sarebbe rimasto un semplice Stato satellite della Francia, al pari degli altri due regni italiani che sarebbero dovuti sorgere al Centro e nel Mezzogiorno. Al contrario, gl’Inglesi che non avevano simpatie per gli Austriaci ma ancor più temevano l’espansionismo di Parigi, appoggiarono in maniera discreta ma decisiva l’ulteriore espansione sabauda fino alla creazione dell’Italia unitaria, che sarebbe stata funzionale al contenimento della Francia nel Mediterraneo Occidentale.

Dopo il 1871, con la caduta del Secondo Impero ed il varo d’una repubblica clericale in Francia, Roma dovette forzatamente abbandonare l’alleanza con Parigi e, dopo qualche titubanza forse eccessiva, puntare sull’alleanza con la Germania. L’Inghilterra, che in un primo tempo la diplomazia italiana aveva sperato di poter elevare al ruolo d’alleato di riferimento, rimase una semplice “amica”, continuando dunque a svolgere quel ruolo di contrappeso rispetto all’alleato ufficiale. L’esperienza italiana della Triplice Alleanza si potrebbe paragonare ad un’onda: la marea montò fino a raggiungere il culmine con la presidenza di Crispi; quindi s’infranse sullo scoglio di Adua e cominciò a rifluire.

Fu in questo periodo di riflusso, caratterizzato da una diplomazia aperta, dinamica e parzialmente incoerente da parte dell’Italia – che si divideva ormai tra gli alleati austro-tedeschi e gli “amici” franco-britannici – che Roma strinse i primi accordi formali con la Russia.

Intorno al 1907 Russi e Inglesi raggiunsero un accomodamento concernente le tensioni esistenti in Asia (Persia, Afghanistan ecc.). Essendo divenuta Mosca una “amica” dei nostri “amici”, anche Roma tentò l’approccio e furono stretti dapprima degli accordi commerciali. In occasione della crisi bosniaca del 1908 il ministro degli Esteri Tittoni cercò di forgiare una vera e propria intesa politica austro-italo-russa nei Balcani, ma rimase frustrato soprattutto a causa del deciso intervento di Berlino a sostegno dell’Austria, che rese Vienna particolarmente baldanzosa e Mosca decisamente reticente. L’anno seguente fu però la Russia stessa a prendere l’iniziativa. Il 24 ottobre 1909 lo Zar in visita incontrò il Re d’Italia presso Racconigi: qui il ministro Aleksandr Isvolskij presentò al suo omologo Tittoni una bozza d’accordo già redatta e, per vincere eventuali reticenze italiane motivate dal legame con la Triplice, mostrò anche una copia del Trattato di neutralità austro-russo del 1904, tenuto segreto da Vienna all’alleato italiano, dal momento che contro il nostro paese era palesemente rivolto. Anche il Trattato di Racconigi fu stipulato in segreto, e prevedeva l’impegno di Russia e Italia a mantenere lo status quo nei Balcani e, ove ciò fosse stato impossibile, a favorire la nascita di Stati nazionali anziché l’espansione imperiale di soggetti esterni alla regione (ossia l’Austria-Ungheria). Il Trattato, che fu seguito immediatamente da un altro accordo bilaterale con Vienna (l’Italia continuò ad applicare la politica degli “alleati” e degli “amici”) non era limitato al solo teatro balcanico: Roma acconsentiva ad appoggiare le mire russe sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli in cambio del nulla osta all’occupazione di Cirenaica e Tripolitania. Come scrive Sergio Romano, «la promessa di Racconigi dimostrava che [l’Italia] era pronta ad aumentare il numero dei giocatori per ridurre l’egemonia anglo-francese» nel Mediterraneo6. Per la prima volta, la Russia rientrava nel gioco dei pesi e contrappesi della diplomazia italiana.

Le grandi conflagrazioni belliche rappresentano quasi sempre un evento negativo per le potenze militarmente svantaggiate, ed è questo il caso dell’Italia nel corso di tutta la sua moderna storia unitaria. All’esplodere della Grande Guerra, Roma fu costretta a prendere parte per una delle due coalizioni in guerra – e come prevedibile scelse di schierarsi con quella che possedeva una maggiore capacità di nuocerle7. Il fatto di trovarsi a fianco della Russia, in quest’occasione, fu tutto sommato casuale: l’Italia in realtà s’era schierata con Francesi e Britannici. Certo l’Impero dello Zar sarebbe potuto tornare utile nel dopoguerra, se non avesse autonomamente anticipato il destino delle tre grandi compagini sconfitte, disgregate e brutalizzate dalla vendicativa e rapace politica di Versailles. L’Italia si ritrovò così sola, con tre alleati più forti – Francia, Inghilterra e USA – e nessun “amico” cui appoggiarsi per controbilanciarli. Tanto più che Francesi e Britannici – vuoi anche per l’assenza di minacce immediate, e dunque scarsa necessità di tenersi buona l’Italia – si mostrarono ben poco inclini a concederle, tanto nei Balcani quanto nel Mediterraneo e in Africa, territori o sfere d’influenza che potessero accrescerne la potenza in maniera minacciosa per loro stessi. Wilson, dal canto suo, aveva in forte antipatia la diplomazia italiana, e fu un ulteriore ostacolo più che un aiuto: dopo di lui gli USA scelsero l’isolamento politico, e Roma rimase sola, Cenerentola tra due sorellastre maligne e molto più forti di lei, ben disposte a mantenerla come junior partner della triade (in funzione di contenimento della Germania e del comunismo) – ma ben decise a mantenerla tale e nulla più. Si può dunque interpretare anche il riconoscimento dell’URSS compiuto ufficialmente da Mussolini il 7 febbraio 1924 (tra i primi governi europei a farlo) alla luce dello schema fin qui descritto. In assenza della Germania, l’Unione Sovietica era allora vista come “l’amico” in grado di fungere da contrappeso agli alleati8. La cosa non durò a lungo, dapprima per le titubanze di Mussolini a schierarsi troppo nettamente contro le “demoplutocrazie occidentali”, ed in seguito per il ritorno in grande stile sulla scena internazionale della Germania, che divenne il nuovo punto di riferimento della sua politica estera. Addirittura, nel corso della Seconda Guerra Mondiale Mussolini mandò per la terza volta – dopo Napoleone e Cavour – soldati italiani a combattere contro la Russia; e come le due volte precedenti, gl’Italiani non seguivano propri interessi geopolitici nel fare ciò, ma s’affidavano all’alleato di riferimento che decideva e conduceva la guerra. È ben noto che Hitler non si consultò neppure con Mussolini prima di sferrare la “Operazione Barbarossa”, che risultò sì decisiva per le sorti della guerra, ma non nel senso che il Führer si augurava ed attendeva.

Dopo la sconfitta, ancor prima che fosse conclusa la guerra, era chiara a tutti l’importanza che l’Unione Sovietica acquistava nella politica internazionale, e quella che potenzialmente poteva avere nella politica estera italiana.

Il Regno d’Italia, nel corso del conflitto, era soggetto ad una Commissione di controllo anglo-americana. Renato Prunas, abile e spregiudicato segretario generale del Ministero degli Esteri (ministro de facto, essendo il titolare del dicastero prigioniero dei Tedeschi), decise con Badoglio d’aumentare le proprie capacità negoziali coinvolgendo nella partita anche l’URSS: nell’inverno 1943-44 condusse trattative con Andrej Vyšinskij che portarono in marzo all’avvio di regolari relazioni diplomatiche tra Regno d’Italia e URSS. Il problema è che Mosca, all’epoca, non aveva ancora “scoperto” l’Italia quale elemento geopolitico funzionale alla sua azione diplomatica e, come vedremo, questo stato di cose perdurò nei decenni seguenti, pregiudicando i tentativi d’approccio italiano; a ciò s’aggiunga che, in ogni caso, essendo l’Italia nella sfera d’influenza occidentale, i Sovietici ritenevano che ad agirvi avrebbe dovuto essere non la loro diplomazia, bensì il locale partito comunista9. In quest’occasione il Cremlino, che dall’accordo s’attendeva solo di lanciare un messaggio agli Anglo-americani, trattò poi con estrema freddezza l’ambasciatore italiano a Mosca, Pietro Quaroni.

La diplomazia di Roma ricevette di lì a poco una seconda doccia fredda da parte dei Sovietici. Nel Dopoguerra ampi settori della politica e della diplomazia italiana nutrivano forti perplessità sulla scelta atlantista patrocinata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal suo ministro degli Esteri Carlo Sforza. In particolare Manlio Brosio, esperto uomo politico liberale che alla fine del 1946 aveva rimpiazzato Quaroni al ruolo d’ambasciatore a Mosca, perorava la scelta neutralista, sperando che l’Italia avrebbe potuto giovarsi d’una nuova “politica del peso determinante”: come una bella donna che tiene sulle spine i pretendenti alla sua mano, ottenendo così ancor più attenzioni e galanterie dai corteggiatori, Roma avrebbe dovuto rimanere in bilico tra i due schieramenti e godere nel frattempo dei frutti derivanti da una tale posizione privilegiata. In realtà, essa si dimostrò impraticabile perché i Sovietici furono i primi a dare per scontato che l’Italia avrebbe dovuto far parte della sfera d’influenza statunitense: mostrarono perciò disinteresse per il progetto di Brosio, decisi com’erano a condurre con l’Italia una “diplomazia popolare” tramite il PCI10. Brosio, cozzato contro il muro d’indifferenza sovietica, finì col convertirsi all’atlantismo, tanto da divenire segretario generale della NATO tra il 1964 e il 1971.

Non di meno, l’idea d’instaurare rapporti amichevoli con l’URSS per sfruttarla quale contrappeso all’invadente e potentissimo alleato nordamericano ed ottenere così inediti spazi d’azione autonoma (nel Mediterraneo in particolare) rimase una presenza costante nella classe dirigente italiana. A portare avanti tale progetto fu l’ala cosiddetta “neoatlantista”, opposta a quella degli “atlantisti ortodossi”. All’inizio del 1956 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ingaggiò una serie di colloqui con l’ambasciatore sovietico Bogomolov sulla possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione tedesca, proponendo l’unione confederale delle due Germanie e la loro neutralizzazione ventennale. I Sovietici si dissero interessati, ma intervennero gli atlantisti Segni e Martino – rispettivamente presidente del Consiglio e ministro degli Esteri – a bloccare, in questa come in altre occasioni, la diplomazia presidenziale. Una soluzione come quella prospettata da Gronchi dispiaceva ovviamente a Washington, che nel 1954 aveva incluso la Germania Ovest nella NATO avviandone il riarmo in funzione antisovietica (fu come risposta a tale atto che, nel 1955, si costituì il Patto di Varsavia). Nel febbraio 1960 Gronchi si recò in visita a Mosca, sperando di riallacciare il discorso sulla questione tedesca e sul complesso dei rapporti tra i due blocchi ma, con sua grande sorpresa, durante un ricevimento all’ambasciata si ritrovò pubblicamente provocato da Nikita Chruščëv, in un’ennesima dimostrazione di quanto poco i Sovietici tenessero in considerazione la diplomazia italiana. Chruščëv, dando sfoggio di poco tatto, biasimò gl’Italiani per la «criminale azione» d’un decennio prima e confrontò le conquiste scientifiche dell’URSS (lo Sputnik era appena arrivato sulla Luna) con la disoccupazione del nostro «Stato borghese». Meglio andò al presidente del Consiglio Amintore Fanfani nell’agosto 1961, quando a sua volta si recò in visita a Mosca; tuttavia, il ruolo dell’Italia come possibile mediatrice tra USA e URSS non fu ancora riconosciuto da Chruščëv, tanto che – mentre Fanfani stava rientrando in patria – la questione tedesca fu bruscamente risolta colla costruzione del muro di Berlino. Di fatto, da allora a Roma si rinunciò a cercare attivamente l’amicizia di Mosca, concentrando le aspettative d’autonomia sul teatro mediterraneo e rendendo accetta agli USA simile libertà d’azione proprio mostrando una forte fedeltà a Washington nel confronto con l’URSS.

La fine della contrapposizione bipolare ha però messo in crisi la politica estera italiana: senza un nemico europeo degli USA, non c’è più possibilità di valorizzare il proprio apporto all’alleanza. La soluzione non può che essere quella già adottata in passato: cercare di controbilanciare il troppo potente alleato con un “amico” di peso. La rinascita della Federazione Russa dall’avvento di Putin al potere indica chiaramente la via alla diplomazia italiana più consapevole del ruolo geopolitico del nostro paese. I rapporti molto cordiali instaurati con Mosca dall’attuale governo italiano fanno ben sperare che quest’esigenza sia stata compresa.

La Russia come fornitore energetico

Non possiamo esimerci dal notare che la visita italiana di maggior successo nella Russia comunista, a dispetto di Gronchi e Fanfani, fu quella di Enrico Mattei. Nel novembre 1957 il dirigente dell’ENI firmò i primi accordi con Mosca per l’importazione in Italia di petrolio sovietico, in cambio di attrezzature per l’estrazione e il trasporto del greggio.

Negli anni ’70, dopo la brusca impennata del prezzo del petrolio decisa dall’OPEC, il governo italiano cercò di contenere lo choc aumentando l’uso di gas naturale nel consumo energetico della nazione. L’URSS, assieme alla Libia e all’Algeria, divenne perciò un interlocutore privilegiato, e si rafforzarono gli accordi già in essere dai tempi di Mattei.

Nell’Unione Europea l’Italia, con un consumo energetico lordo11 pari a 186,1 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, (mtpe) è dietro solo a Germania (349), Francia (273,1) e Regno Unito (229,5). In termini di importazioni nette12, l’Italia scavalca i due paesi occidentali con 164,6 mtpe e s’avvicina anche alla Germania (215,5). Nella graduatoria relativa alla dipendenza energetica, ossia al rapporto tra importazioni e consumo lordo, l’Italia con un risultato del 86,8% balza davanti a tutti gli altri grandi paesi europei, come Spagna (81,4%), Germania (61,3%), Francia (51,4%) e Gran Bretagna (21,3%), trovando davanti a sé solo piccoli paesi come Cipro, Malta e Lussemburgo (la cui dipendenza è totale) e l’Irlanda (90,9%)13. Va notato inoltre che il dato della dipendenza è in aumento: nel 2004 era del 84,5%14. Benché l’Italia sia il quindicesimo consumatore d’energia al mondo, è il nono maggiore importatore della stessa. Petrolio e gas naturale dominano la fornitura di energia primaria in Italia, e di conseguenza anche il quadro delle sue importazioni (assieme assommano all’85% di quelle totali): il nostro paese è il settimo maggiore importatore netto al mondo di petrolio, ed il quarto di gas naturale15.

In quest’ottica la Russia, maggiore fornitore energetico, diviene fondamentale nella geopolitica italiana. Roma ha la necessità di mantenere cordiali rapporti commerciali con Mosca e di tutelare le rotte di transito degl’idrocarburi russi verso il nostro paese: in quest’ottica si spiega la scelta dell’ENI di collaborare con Gazprom a tutto campo, ed in particolare alla realizzazione del gasdotto South Stream, che scavalca l’instabile Europa Orientale. Questo fattore si somma alla necessità d’un contrappeso diplomatico nell’indicare, senz’ombra alcuna di dubbio, nella Russia uno dei necessari pilastri della politica estera italiana nel XXI secolo.

 

Note:

1) Cfr. Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano 200310, pp. 113-114.

2) Ibidem, p. 132.

3) Vedi ad esempio Ettore Lo Gatto, Gli artisti italiani in Russia, 3 voll., Ministero degli Affari Esteri, Roma 1934-1943.

4) Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, il Giornale, Milano 1999, pp. 296-297.

5) Essenziale su questo tema Brunello Vigezzi, L’Italia dopo l’Unità: liberalismo e politica estera in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica, Unicopli, Milano 1997, pp. 1-54.

6) Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Rizzoli, Milano 20062, p. 20.

7) Cfr. Marcello de Cecco, Gian Giacomo Migone, La collocazione internazionale dell’economia italiana, in Richard J.B. Bosworth, Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, Mulino, Bologna 1991, pp. 147-196.

8) Vanno parzialmente in questo senso le considerazioni di Michele Rallo, Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924, Settimo Sigillo, Roma 2007. Si veda anche Manfredi Martelli, Mussolini e la Russia, Mursia, Milano 2007.

9) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 26-27.

10) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 68-69.

11) Ossia: produzione primaria + importazioni – esportazioni.

12) Importazioni al netto delle esportazioni.

13) Tutti questi dati dal Europe’s Energy Portal: <http://www.energy.eu/&gt;.

14) <http://ec.europa.eu/energy/energy_policy/doc/factsheets/country/it/mix_it_it.pdf>.

15) <http://tonto.eia.doe.gov/country/country_energy_data.cfm?fips=IT>.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...