L’antipositivismo del Leopardi filosofo

Tratto da Rinascita

 

Poche opere sono state tanto maltrattate, nella storia letteraria italiana, come le Operette Morali di Giacomo Leopardi. Universalmente riconosciuto come poeta eccelso e, secondo molti, inarrivabile, a Leopardi è stata sempre negata la dignità di filosofo. Eppure, anche ignorando i profondi contenuti della sua poesia, egli ci ha lasciato due testi incontrovertibilmente filosofici, che sono lo Zibaldone e, appunto, le Operette Morali. Portatore di un pensiero anticonformista, e in netta controtendenza rispetto al discorso dominante ottocentesco (progressista e positivista), Leopardi rientra indubbiamente nel solco che sarebbe stato percorso anche da uomini come Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche.

La maggior parte delle Operette fu scritta nel 1824 e, dopo la pubblicazione d’alcune in anteprima su L’Antologia di Viesseaux, edite per la prima volta nel 1827 a Milano. Con alcune modifiche (in particolare l’aggiunta del Dialogo di Tristano e di un amico), la seconda edizione uscì a Firenze nel 1834. Leopardi progettò anche una terza edizione, ma fu impedito a realizzarla dal provvedimento ecclesiastico che mise l’opera all’Indice; sarebbe uscita molti anni dopo, postuma, curata dal suo amico fraterno Ranieri.

Le Operette Morali, composte da capitoli autonomi di lunghezza e genere variabili (si tratta per lo più di dialoghi satirici sul modello di Luciano, o filosofici su quello di Platone; ma sono presenti anche trattati, elegie e saggi), trasponevano in una “poesia in prosa” (per dirla con l’autore) alcuni pensieri dello Zibaldone: in particolare quelli inerenti alla “teoria dell’infelicità” che, come ha notato il critico Blasucci, venne formulata a metà strada tra i cosiddetti “pessimismo storico” e “pessimismo cosmico”; snodo fondamentale del pensiero leopardiano, che segna anche lo spartiacque tra i “piccoli” e i “grandi idilli”. La teoria leopardiana è facilmente riassumibile: l’uomo ha una naturale, ineluttabile e unica inclinazione, verso il raggiungimento della felicità pura, assoluta; cosa che non potrà mai ottenere, vista la sua natura limitata e mortale, ed egli è perciò destinato all’infelicità.

La portata “sovversiva” di questa teoria leopardiana è evidente, tanto più alla luce del clima d’allora (il quale, comunque, non si discosta troppo dall’ideologia del progressismo contemporanea). Egli ridicolizza con facilità ogni pretesa di “perfettibilità dell’uomo”, e nel magistrale già citato Dialogo di Tristano e di un amico porta un attacco a tutto campo contro la cultura ottocentesca, che ricorda alcuni passi schopenaueriani e il feroce sarcasmo antimodernista di Dostoevskij. L’uomo, che secondo l’opinione comune è “evoluto” in meglio dai tempi antichi, è in realtà decisamente inferiore agli antenati per prestanza fisica, valore e “virilità morale”. La “cultura delle gazzette”, fatta dai presuntuosi ignoranti che troviamo spesso personaggi di contorno nei romanzi di Dostoevskij, ha soffocato nelle sue spire ogni altra forma di cultura e letteratura. Il secolo decimonono (ma la stessa cosa si potrebbe dire del ventesimo e del ventunesimo) è un “secolo di ragazzi”, che però vuol fare le stesse cose degli adulti, ma senza la medesima fatica: ecco allora il proliferare d’una vastissima bibliografia, frutto dello studio di pochi giorni, ma con la pretesa dell’esattezza assoluta. Un secolo nel quale anche la mediocrità è scomparsa, per lasciare spazio ad una desolante nullità, che soffoca i pochi, rarissimi grandi rimasti. Un secolo che ha fatto della ragione una religione, ma che invece di limitarsi a sopprimere gli “errori barbari” (la superstizione) ha annichilito anche gli “errori antichi” (gli ideali, “fantasmi” inesistenti ma forieri di comportamento giusto e virtuoso), cosicché dalla “barbarie dell’ignoranza” il mondo è stato sprofondato nella “barbarie della ragione”.

Le reazioni dei contemporanei alla pubblicazione delle Operette Morali furono contrastate: da un lato, nessuno poté fare a meno di lodare la soave prosa leopardiana; dall’altro, tutti commentarono con imbarazzo i contenuti dell’opera. Il critico più feroce di Leopardi fu Tommaseo, che non a caso fu ribattezzato dal poeta «l’asino italiano, anzi dalmata». Pure De Sanctis, il più celebre e influente critico della storia delle letteratura italiana, fervente ammiratore del Leopardi, tese a ignorare le Operette, viste come pura espressione della sua personale infelicità. Altri tentarono di ricondurre le teorie leopardiane alla sua esistenza drammatica: applicazione ovvia del metodo genealogico nietzscheano, che però non può invalidare la teoria stessa, ma solo aiutare a spiegarne la genesi personale dell’autore. Il liberale e progressista Croce, purtroppo influentissimo nella cultura italiana, sparò inevitabilmente a zero su quest’opera – mostrando una volta di più la sua incapacità d’analizzare correttamente i testi letterari, imponendo come per Dante la vana dicotomia poesia-struttura; in ultima analisi, per tema di non esser riuscito ad abbattere Leopardi, riprese il pregiudizio che voleva ridurre la “teoria dell’infelicità” a pura espressione del malessere dell’autore. Per nostra fortuna, contro l’arbitraria interpretazione di Croce, scese in campo un altro “pezzo da novanta” della cultura hegeliana dell’epoca: Giovanni Gentile, il quale, pur compiendo un’analisi strutturale dell’opera alquanto improbabile, ebbe il grande merito di porre l’accento sulla sua unità d’insieme e sul messaggio filosofico che vuol veicolare. Da Gentile in poi, i critici letterari hanno finalmente rivalutato e studiato a fondo le Operette Morali. Le quali, a prescindere dalla condivisione delle teorie ivi espresse, meritano davvero d’essere lette con attenzione.

 

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