Trump è l’ultima vittoria dell’uomo bianco

Fonte: Il Foglio

 

Queste elezioni americane avrebbero dovuto rappresentare il trionfo delle divisioni razziali e di genere. Gli afroamericani, gli ispanici e le donne in generale avrebbero dovuto recarsi in massa alle urne per castigare Trump, il candidato del maschio bianco euroamericano. Il risultato finale ci rivela che le cose non sono andate esattamente così. Rifacendoci – con tutta la cautela del caso – agli exit poll e ai sondaggi che più si sono avvicinati a indovinare il risultato finale, una prima cosa balza all’occhio: ossia che i meccanismi di cui sopra non hanno funzionato. Tutte e tre le categorie – donne, afroamericani, ispanici – hanno dato alla Clinton un sostegno inferiore a quello accordato a Obama nel 2012. Lo stesso vale per i più giovani e i ceti bassi.

Evidentemente il carisma, l’integrità e la novità di Obama sono mancati all’attuale candidata democratica. Lo scarso entusiasmo suscitato dalla Clinton non è forse riuscito nemmeno a tramutare in voti concreti una parte degli appoggi dichiarati ai sondaggisti per telefono. Il fattore pull si è confermato più forte di quello push: conta cioè maggiormente la forza attrattiva di un candidato, che quella repellente dell’avversario. Addirittura, tra gli ispanici, presentati come i suoi nemici giurati, Trump avrebbe riscosso più successo di Romney quattro anni fa. Il segnale che certi temi, incentrati sul lavoro, la lotta all’establishment, il cambiamento (forse financo il limitare la nuova immigrazione, non sempre gradita a chi si è già radicato nel paese), hanno prevalso su una parte dell’elettorato ispanico rispetto al sentimento identitario.

Questo ci dice che Trump non è stato percepito dalle minoranze come quel candidato razzista e contiguo al Ku Klux Klan descritto forzatamente dal pubblico liberal, col sostegno del presidente Obama. Non ci dice, però, che il voto comunitario sia stato secondario in queste elezioni. Tutt’altro. Se è vero che la Clinton non ha replicato gli exploit obamiani tra afroamericani e ispanici, secondo le ricerche avrebbe comunque ottenuto il voto del 65 per cento degli ispanici e di poco meno del 90 per cento degli afroamericani. Di contro, Trump si sarebbe assicurato il voto del 60 per cento dei bianchi non ispanici. Ciò è verosimile, considerando il risultato finale complessivo o i successi raccolti dal candidato repubblicano in stati come il Michigan o la Pennsylvania – da un quarto di secolo democratici ma con popolazione bianca non ispanica all’80-85 per cento. Sebbene non disponiamo ancora di elaborazioni complete sui flussi, pare d’intuire che una componente fondamentale del successo di Trump sia stata la mobilitazione di un nuovo elettorato bianco in alcuni stati chiave (quelli della Rust belt caratterizzati da alta affluenza), a confronto con una partecipazione nazionalmente nella media.

La morale è questa: se la sfida Clinton-Trump non ha esacerbato il fenomeno del voto comunitario, tuttavia si è posto in continuità con la sua manifestazione abituale. Basti pensare a un dato: è dal lontano 1968 che in tutte le elezioni presidenziali gli elettori bianchi non ispanici votano in maggioranza (mediamente 55-60 per cento) il candidato repubblicano. L’ultimo candidato democratico a ottenere la maggioranza del voto bianco è stato Lyndon Johnson, nel 1964; ed è l’unico a esservi riuscito negli ultimi 72 anni. Tutte le altre amministrazioni democratiche (Kennedy, Carter, Clinton, Obama) sono state possibili grazie al voto delle minoranze che, pur essendo tali, grazie alla maggiore univocità sono riuscite a ribaltare quello prevalente tra la maggioranza bianca. Quest’ultima eventualità rischia di diventare sempre più probabile, considerato come sta cambiando il bilanciamento tra le componenti dell’elettorato americano.

All’inizio degli anni 80 i bianchi erano ancora quasi il 90 per cento degli aventi diritto di voto, mentre quest’anno si è toccato il minimo storico, scendendo sotto il 70 per cento. Ciò significa che pure la netta maggioranza di consensi ai repubblicani, che si aggira abitualmente sul 60 per cento, traslato nell’insieme dell’elettorato si traduce in poco più del 40 per cento. Una cifra che può essere facilmente rovesciabile dal restante 30 per cento dell’elettorato incline a votare in maniera più unanime. La situazione è destinata a peggiorare per i bianchi, se continuasse il trend attuale. Tra 2012 e 2016 il 75 per cento degli elettori defunti era bianco, ma i bianchi hanno pesato meno del 60 per cento per quanto riguarda i nuovi elettori che hanno raggiunto la maggiore età.

Un’ipotetica amministrazione Hillary Clinton, se avesse mantenuto le promesse elettorali, si sarebbe potuta rivelare esiziale su questo fronte. La candidata democratica aveva infatti promesso non solo di difendere le moratorie sui clandestini promosse da Obama (le persone interessate sono milioni), ma anche di agevolare l’acquisizione della cittadinanza e limitare i rimpatri ai soli immigrati illegali che costituiscano una concreta minaccia alla sicurezza pubblica. Attualmente negli Stati Uniti risiedono illegalmente circa 11 milioni di persone, per metà messicani. Al di là delle considerazioni ideologiche e umanitarie, nel programma clintoniano potrebbe aver pensato anche la consapevolezza d’essere di fronte a un bacino di potenziali elettori democratici in grado di dare un dominio duraturo al Partito.

Non è forse un caso che i soli avanzamenti significativi di consensi tra i democratici si siano registrati in queste elezioni nelle contee lungo il confine col Messico. Confine che diviene strategico per Donald Trump e per il Partito repubblicano, considerando la sua constituency prevalente. In pochi l’hanno notato, poiché l’attenzione è stata rapita dalla tripletta repubblicana Presidenza-Senato-Camera; ma la Clinton pur perdendo nel voto elettorale ha prevalso in quello popolare, di circa lo 0,2 per cento. Una minuzia che però pone una pietra miliare: i democratici hanno così vinto il sesto voto popolare nelle ultime sette elezioni presidenziali. Si tratta di un inedito storico, un risultato mai raggiunto prima da nessun partito – e che sarebbe stato impossibile immaginare senza il cambiamento demografico in atto. All’ombra del trionfo repubblicano, si palesano i segni di un possibile, futuro dominio del Partito democratico e, cosa più preoccupante, del voto comunitario, difficilmente conciliabile con lo stato-nazione di matrice occidentale. I bianchi stanno reagendo alla perdita del predominio con un lento uniformarsi del loro voto interno. Il futuro potrebbe riservare agli americani linee di divisione politica che coincidono con quelle dei gruppi etnici – una prospettiva che sicuramente gli Stati Uniti dovrebbero cercare di evitare.

The Trump Train is already heading towards Europe

Source: Modern Diplomacy

 

The “Trump Train” (once a Twitter hashtag and then a successful metaphor of the assertive, and to date unstoppable, reform wind blown by Donald Trump) is finally arrived at the White House. But this is very likely not the final destination of its journey. The Trump Train could soon arrive in Europe.

And it would be a return trip. As Donald Trump frequently referred to, his campaign owes a lot of inspiration from the Brexit movement. Surely Trump got in politics well before, but after June he’s started referring to his rise as a “Brexit plus plus plus”. And it wasn’t just a motivational motto.

The Trumpist and Brexiteer final arguments strictly resemble one another: a proudly nationalistic rebuttal of adverse fallouts of globalization, from industrial outsourcing to the (West)self-hating ideology of extreme multiculturalism. The Trump Train and the Brexit share also a common grass-roots social base of support, which are the White working and middle classes of small cities and rural areas especially.

Even if US society is still very different from the European one, the rampant globalization of last decades has made them quite close compared to half a century ago. Both US and Europe has experienced massive deindustrialization with a geographical concentration of the remaining high-tech industries in a few islands of happiness – few compared to the many rust belts of the Western world. Both US and Europe has seen a deep financialization of their economies. Both US and Europe has been overwhelmed by the new ideology of the so-called politically correct, a post-modern, constructivist, relativist and anti-Western set of theories and practices. It’s true: in the US you can find also the Bible Belt, but if we consider the European Union as a whole, we could see a Catholic Belt in its Eastern countries, opposed to Sweden (a European California) or London and Paris (European New Yorks) or in general the more liberal Western countries. Exactly as in the US, also in Europe the post-modernism is currently hegemonic in colleges and mainstream media, which are trying to inculcate it also in the common man, and the common woman – and the common *… Finally, the massive immigration flows of last decades in Europe are making her society more and more resembles the composite ethnic mix of North American society.

In so similar environments, it is predictable to find similar political trends and demands. Brexit- and Trump-alike movements are in high gear throughout Europe, with very few notable exceptions (as Spain, but maybe only because the Partido Popular is quite more right-wing than its conservative counterparts in other countries). The working class vote has yet largely migrated from the Left to the Right, whereas the upper class is now proudly leftist in majority. Larger cities are the liberal strongholds while the suburbs are swarmed by Brexiteer-style so-called “populists”.

You have read in every possible way how Trump prevail among White electorate by 60%-40%, losing among Blacks (10%-90%) and Hispanics (35%-65%). Surely we cannot trust too much pollsters’s statistics, but they are perfectly in line with surveys in previous elections. Now, take the Brexit vote: white voters chose Leave by a notable (and indeed determining the final result) margin of 53%-47%, which would be ever wider if it was not for the Scotland and Northern Ireland’s white voters, who had very particular and local-specific reason for prefering Remain. Anyway, they were not Scots or Irish the ethnic groups that by a larger majority voted for remain in the European Union. They were Asians (65%-35%), Muslims (70%-30%) and Blacks (75%-25%) instead.

No wonder if, looking into the foreign-born voters in Europe, or also second- and third-generation immigrants, we will find a clear support for the Left. And since those groups are now numerically very considerable in many countries, they can actually determine the outcome of an European election. Precisely as Blacks and Hispanics in the US have been decisive in the elections of Presidents Kennedy, Carter, Clinton and Obama, all with minor approval among Whites. Prompting White voters to move rightwards

With all these similarities in place, it becomes very likely for Europe to follow on the path already taken by US politics. Bets are open on which major European country will be the first stop of the Trump Train.

Non solo geopolitica