Il lavoro, non la Brexit, ha frenato Theresa May

Fonte: L’Huffington Post

 

Il deludente risultato dei Toriesdi Theresa May alle elezioni anticipate non va letto come una rivincita dei Remainer contro la Brexit (cui la stessa leader conservatrice, giova ricordarlo, era contraria prima del referendum).

I vari sondaggi realizzati nel corso di quest’ultimo anno, cercando di replicare il referendum sulla Brexit, hanno confermato che non c’è stato alcun pentimento di massa. Inoltre, Theresa May aveva già fatto propria la causa della Brexit quando ha deciso per le elezioni anticipate e i sondaggi le davano un largo vantaggio: da allora non sono intervenuti scossoni in materia di Europa, quanto in materia sociale (la polemica sulla cosiddetta Dementia tax) e di sicurezza (gli attentati terroristici). Corbyn, un anno fa aspramente criticato dagli europeisti per lo scarso impegno nella campagna Remain, oggi si impegna a mantenere la promessa della Brexit, pur volendo condurla “morbidamente” tramite un accordo con l’UE. Il partito che chiede un secondo referendum per rettificare la Brexit, ossia quello dei Liberal-Democratici, ha sì guadagnato tre seggi ma non consensi: ha anzi perduto lo 0,5% dei voti. I nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon, che in nome della permanenza nell’UE vorrebbero ripetere il referendum per l’indipendenza, hanno perso voti (-1,7%) ma soprattutto seggi (19 su 54).

Ciò che è fallito è stato il tentativo di Theresa May di ereditare i voti che l’anno scorso hanno fatto vincere l’opzione Brexit. Un voto che, malgrado una certa prevalenza di conservatori, era tuttavia trasversale all’arco politico. I Tories hanno effettivamente incrementato le proprie percentuali nelle aree pro-Brexit, ma soprattutto grazie allo svuotamento dello UKIP e comunque non in maniera sufficiente da espugnare le roccaforti laburiste su cui avevano messo gli occhi. I laburisti si sono così confermati in circoscrizioni che pure avevano votato in maggioranza per il Leave, come Hartlepool (70% Brexit), Redcar (66% Brexit) Middlesborough (65% Brexit), Stockton (62% Brexit), tanto per citare solo alcuni seggi del Nord-Est. Si tratta delle regioni industriali dell’Inghilterra, equivalenti della Rust Belt americana su cui in novembre Donald Trump aveva realizzato il proprio successo politico.

Si è qui notata la grande differenza tra Theresa May e Donald Trump, due leader politici affini per tratti quali la critica al multiculturalismo, ma che in realtà non si sono mai amati reciprocamente. Mentre Trump ha corretto il tradizionale liberismo conservatore con argomenti industrialisti e anti-globalizzazione capaci di far breccia sui ceti lavoratori, Theresa May si è attenuta pedissequamente alla linea thatcherista. Ha così dimostrato, paradossalmente, di aver subito la narrativa degli anti-Brexit: di aver ciò pensato che quel voto fosse espressione unicamente di un’ostilità “di pancia” alla globalizzazione e all’immigrazione, e non di un più profondo malessere sociale frutto della deindustrializzazione e dello status sempre meno privilegiato del lavoro nelle società occidentali. Così molti Brexiteers (non pentiti) si sono rivolti al socialista Corbyn. “Anti-storico”, come dicono i suoi detrattori: ma capace di catalizzare il consenso e le speranze di molti cittadini il cui “senso della storia” è in evidente disaccordo con quello aleggiante nei salotti televisivi.

Annunci

Islamici tra terrorismo e vittimismo

Fonte: Il Giornale

 

Salman Abedi, il giovane attentatore suicida di Manchester, qualche anno fa accusò un suo professore di liceo d’essere islamofobo”.

All’epoca Abedi frequentava la Burnage Academy for Boys, una scuola solo maschile di Manchester in cui gran parte degli studenti sono musulmani. Secondo il racconto fatto dal Times l’insegnante di religione toccò il tema degli attentatori suicidi. Cogliendo forse in anticipo le idee pericolose di Abedi sul tema, gli chiese come giudicasse chi si fa saltare in aria per uccidere altre persone. Non ci è dato sapere cos’abbia risposto Abedi, ma di sicuro il ragazzo d’origine libica andò dalle autorità scolastiche a denunciare l’insegnante come “islamofobo”.

Assieme a lui, un gruppetto di ragazzi arabofoni con cui si frequentava. Uno dei suoi migliori amici era Bilal Ahmed, pochi anni fa condannato per uno stupro di gruppo su una minorenne. Secondo la madre della vittima, Salman Abedi assieme a Bilal Ahmed ed altri teppisti avrebbe cercato ripetutamente di intimidire lei e il resto della famiglia affinché facessero cadere le accuse.

La storia di Salman Abedi che denuncia l’islamofobia di un insegnante perché gli parla di attentatori suicidi, salvo poi farsi egli stesso attentatore suicida pochi anni dopo, ricorda da vicino un’altra vicenda: quella di Abdul Ali Artan, il rifugiato somalo negli Usa che tentò di fare una strage alla Ohio State University.

Il 28 novembre scorso Artan si lanciò con l’auto su una folla di universitari, per poi scendere dal veicolo e aggredirli con un coltello. Solo la fortuna e il pronto intervento di un poliziotto, che sparò al somalo uccidendolo, impedì la strage, con un bilancio finale di tredici feriti. Artan era giunto negli Usa due anni prima e aveva potuto frequentare l’università. Tre mesi prima di rispondere all’appello dell’Isis e cercare di fare una strage tra i suoi compagni, era stato intervistato dal giornale universitario “The Lantern”. Qui si lamentava dell’assenza di sale per la preghiera e si diceva spaventato di pregare all’aperto, per colpa dei media che danno un’immagine sbagliata dei musulmani. “Sono un musulmano, non sono come i media mi dipingono” si legge nell’intervista.

Perché Abedi e Artan, poco dopo essersi lamentati per l’islamofobia e i pregiudizi contro i musulmani, hanno scelto di seguire Isis e fare una strage tra gli “infedeli”? Il senso di persecuzione è un potente fattore scatenante di violenza estrema, ed è per questo che non andrebbe assecondato certo vittimismo. Dopo ogni attentato terroristico islamista, i commentatori televisivi sembrano poco interessati alle vittime e al pericolo che pende sui cittadini, e molto più preoccupati di fare tutti i rituali distinguo sull’Islam, lamentare il rischio che aumenti “l’islamofobia” piuttosto che le critiche all’immigrazione, o che il populismo guadagni consensi.

La narrativa, assolto in toto l’Islam come completamente slegato dal terrorismo (la cui matrice ideologica è, a quanto pare, la “depressione”), si prodiga invece a denunciare il “vero” pericolo del razzismo, dei pregiudizi, della non-accoglienza, dell’imperialismo, del patriarcato – queste sì colpe congenite ed eterne di tutta una civiltà, l’occidentale. Giornali, scuole e università “progressiste” insegnano ai giovani musulmani di casa nostra come l’Occidente li stia ingiustamente opprimendo; spesso in maniera molto più convincente di quanto saprebbe fare un barbuto predicatore di qualche lontano paese.

Così il musulmano è, in quanto tale, sempre giustificato, anche quando è un teppista come Abedi o un estremista come Artan. Agli occhi di qualcuno lo è persino quando, come loro due, si fa terrorista. Non ci credete? Un mese dopo la tentata strage, un gruppo di studenti della Ohio State University si radunò per condannare la violenza della polizia contro le persone di colore. Con sé portava un elenco delle vittime. In fondo, il nominativo del mancato stragista e adepto di Isis Abdul Ali Artan. Il suo attentato, spiegava una studentessa di Gender Studies, ricordava che la Ohio State “dev’essere un punto focale nella lotta a xenofobia, islamofobia e opinionisti di destra”.

 

Trump-Comey: immagine dello scontro istituzionale USA

Fonte: Roberta Testa, L’Indro

 

Ieri la tanto attesa deposizione di fronte al Senato statunitense dell’ex direttore dell’FBI, James Comey. E piovono dichiarazioni che, inevitabilmente, si ripercuotono sullo stesso Donald Trump che proprio il 9 Maggio scorso aveva dato il ben servito all’allora numero 1 dell’FBI, proprio quando stava portando avanti l’indagine sui presunti rapporti tra amministrazione americana e russi. Il mondo è rimasto lì, immobile ed attento, ad ascoltare le parole di Comey, parole con un alto potenziale di rischio per aprire una strada (davvero) concreta verso l’impeachment. «Quando diventai direttore dell’FBI nel 2013, capii che sarei stato al servizio del Presidente», ha subito affermato Comey. «E capii che sarei potuto essere licenziato dal Presidente per qualsiasi motivo o per nessuno».

Ma i motivi addotti a sostegno del licenziamento non sono molto chiari allo stesso Comey che lo dichiara apertamente dinanzi al Senato. «Avevo la sensazione che qualcosa stava per accadere e capivo che dovevo stare molto attento. Ricordo che pensavo che ci potessero essere sviluppi inquietanti». Prima tanto apprezzato dallo stesso Trump e poi accusato di aver gestito male la vicenda delle e mail di Hillary Clinton. «LAmministrazione Trump ha scelto di diffamare me e lFBI, e ha mentito su di me e sull’FBI», ha sparato Comey «L’FBI è onesta. L’FBI è forte. E l’FBI è e sempre sarà indipendente», ha affermato un po’ provato ma risoluto.

«Non cè alcun dubbio che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane. Ma ho fiducia che nessun voto sia stato alterato», ha detto, ribadendo le indiscrezioni ormai di dominio pubblico. «C’è stato uno sforzo massiccio da parte di Mosca di colpire le elezioni presidenziali americane e l’FBI seppe dei tentativi di hackeraggio da parte dei russi alla fine del 2015». Un tentativo di compromettere il processo elettorale, come spiega lo stesso. «Non sta a me dire se c’è stata ostruzione alla giustizia», risponde Comey affermando che Trump non gli ha mai ordinato in maniera esplicita di bloccare le indagini sul Russiagate e sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Sarebbe stato, quindi, lo stesso Comey ad avere male interpretato le parole di Trump come un ordine. E Trump «non era sotto indagine quando io ero direttore» ha precisato lo stesso.

La reazione della Casa Bianca alle dichiarazioni di Comey è arrivata fulminea. «Il Presidente non è un bugiardo». «Trump è soddisfatto che l’ex capo dell’FBI James Comey abbia confermato che il Presidente non è sotto inchiesta in alcuna indagine sulla Russia», fanno sapere. Anche il legale di Trump, Marc Kasowitz, non perde tempo e precisa che «Trump non ha mai suggerito all’FBI di mettere fine alle indagini su qualcuno». Per giunta, il Presidente non avrebbe mai «chiesto fedeltà» a Comey.

Il clima rimane più che teso e un’intesa tra le istituzioni americane sembra ancora lontana. Abbiamo chiesto a Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di spiegarci come potrà evolvere ora la situazione americana.

Cosa comporterà in USA la deposizione di Comey?

Sicuramente andranno avanti ancora a lungo le polemiche relative a questi fatti. La possibilità che poi queste arrivino ad uno sbocco concreto, e l’unico sarebbe la deposizione di Trump, sono molto poche, nel senso che in questa deposizione non ci sono stati elementi altamente compromettenti. Si, ci sono elementi che potrebbero essere alla base di un’indagine per poi arrivare ad un’accusa di ostruzione alla giustizia, ma anche se si arrivasse a ciò, cosa già secondo me improbabile, bisognerebbe sempre passare per il Congresso che dovrebbe votare l’impeachment. Quindi, considerando che adesso il Congresso è a larga maggioranza repubblicana, è vero che nel mezzo potrebbero esserci le elezioni di medio termine e che potrebbero cambiare le cose, però, diciamo che sono tante cose improbabili che dovrebbero verificarsi tutte assieme.

In termini di sicurezza potrebbe succedere qualcosa?

Sicuramente la vittoria di Trump non è stata accolta molto bene da una parte della società americana, ci sono stati episodi di intolleranza e di violenza e continueranno ad esserci, ma non sono cose che mettono a rischio la stabilità del Paese.

Qual è l’effetto che potrebbe avere verso il resto del mondo?

La spada di Damocle in cui è intrappolato Trump  ha pochissime probabilità di arrivare ad un qualcosa di ‘formale’, anzi; Comey ha detto che non è mai stato sotto indagine ufficiale da parte dell’FBI. Però, è sempre una cosa che indebolisce l’autorevolezza, perché, per quanto poco probabile, Trump potrebbe essere messo in stato di accusa nei prossimi anni o, comunque, anche se non si arrivasse a questo, la sua autorevolezza potrebbe essere messa in seria discussione. Non è solo questione di opinione pubblica, ma è anche questione della sua capacità di controllare gli apparati. Una delle cose che Comey ha ammesso apertamente è che sono state fatte filtrare informazioni riservate alla stampa per il tramite di alcuni amici professori universitari. Il senso è che se sono filtrati anche dei dettagli della conversazione di Trump ed altro, sostanzialmente, significa che il sistema di sicurezza e di informazioni americano adesso è un po’ un colabrodo. E non solo per le cose che riguardano Trump. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è successo con gli inglesi in merito alle indagini antiterrorismo; non è che possano essere considerati massimamente affidabili. Questo perché c’è qualcosa dietro il sistema che non funziona o che qualcuno non vuole far funzionare, evidentemente, anche degli scontri interni istituzionali che poi sfociano in risultati come questo, cioè informazioni che dovrebbero rimanere gelosamente custodite, vengono continuamente messe sulla stampa. Questo, chiaramente, mette in imbarazzo anche gli interlocutori esterni perché non sanno quali cose possono dire o meno.

Crede che faccia esplodere maggiormente la non capacità di Trump di mantenere il Paese?

Secondo me non ci saranno effetti catastrofici anche perché vedo sempre dei fortissimi parallelismi con la vicenda di Silvio Berlusconi in Italia e visto che, fino ad ora, le analogie hanno sempre più o meno tenuto, credo che possano tenere anche su questo. Il fatto che a Berlusconi siano state fatte accuse gravissime e che è stato messo sotto processo, ha aumentato la base di supporto intorno a lui, un supporto che ha visto tutto come un accanimento giudiziario ed un tentativo di delegittimare, non solo la figura del Presidente, ma, soprattutto, dell’elettorato che rappresentava;  quindi, non mi stupirebbe se anche negli USA tutto questo faccia paradossalmente acquistare consensi a Trump e, quantomeno, rendere più solido e fedele quel consenso che l’ha portato alla Presidenza.

In cosa consisterebbe la messa in stato di accusa di Trump?

Posto che un primo filone è quello sul Russiagate e l’eventuale collusione con i russi, sul quale per adesso non c’è alcun elemento concreto ed anche la deposizione di Comey ha confermato sostanzialmente che non c’è moltissimo dietro questa accusa, tutti gli episodi che abbiamo sentito finora sono stati marginali e, tra l’altro, successivi alle elezioni, quindi, non c’è  molto che lasci pensare che c’è prova del fatto che Trump fosse colluso con i russi. Personalmente, penso anche che l’idea sia abbastanza fantasiosa; che i russi siano riusciti a mettere un loro uomo alla Casa Bianca, non mi sembra molto credibile. Quindi, scartando l’idea che il Russiagate in sé possa arrivare a qualcosa di concreto, l’altra possibilità è proprio quella legata alla vicenda di Comey, cioè la possibilità di dire che Trump  ha cercato di ostruire la giustizia. Su questo, gli elementi sono quelli che già erano noti e che sono stati confermati in questa udienza, cioè, la sua richiesta un po’ ambigua di non accanirsi su Flynn che per Trump era una ‘speranza’ di non accanimento, mentre, per gli altri, una pressione per bloccare tutte le indagini sul Russiagate; ecco, il prevalere di questa seconda interpretazione è cosa, secondo me, molto difficile perché l’accusa richiede sempre prove più dure della difesa. Si tratta di una differenza di interpretazione di un capo dell’FBI, quindi, di una figura autorevole; però, dall’altra parte c’è sempre il Presidente degli Stati Uniti ed è una bella lotta andare a dire che ha fatto ostruzione alla giustizia sulla base di una frase percepita in un modo o nell’altro, è abbastanza difficile. A quel punto, il rapporto andrebbe pubblicato, i democratici chiederebbero l’impeachment ma dovrebbero comunque ottenere il sostegno del Congresso, che, attualmente, è a maggioranza repubblicana.

Cosa sta succedendo all’interno del partito repubblicano?

Credo che i repubblicani tradirebbero Trump solo se la situazione andasse fuori controllo, cioè se arrivassero delle prove o delle cose su cui non si può più controbattere, se ci fossero cose che non si possono difendere; a quel punto sarebbero costretti a scaricarlo. Ma stiamo parlando di un caso estremo in condizioni estreme. In tutti gli altri casi non lo farebbero e non tanto perché Trump goda di una vasta simpatia all’interno del partito (è vero casomai il contrario), ma perché se i repubblicani cacciassero il loro stesso Presidente che ha vinto le primarie dicendo che lui era stato comprato da una potenza nemica, è chiaro che il partito subirebbe un colpo alla sua credibilità da cui si riprenderebbe, se va bene, fra 20, 30 anni. Non rischierebbero mai di fare una cosa del genere. Più Trump è in difficoltà in queste indagini, più ha bisogno dell’appoggio del suo partito e questo lo rende, d’altro canto, più controllabile. Può crearsi una situazione, non dico ideale, ma non svantaggiosa per i repubblicani.

Cosa ne dobbiamo trarre da questa deposizione?

Si conferma lo scontro in atto all’interno delle istituzioni americane che prevede anche dei colpi bassi nelle procedure che sono totalmente fuori dall’ordinario; il fatto che Trump abbia licenziato Comey, i suoi tentativi di ammorbidirlo sulle indagini ed il fatto che Comey abbia passato informazioni alla stampa (informazioni che non dovrebbe avere), crea una situazione di confusione e di lotta interna. E le rivelazioni alla stampa sono evidentemente solo la parte visibile di un qualcosa che, però, va molto più a fondo; questo è un grosso problema per gli USA, perché, se c’è una crisi interna totale, avrà diverse conseguenze che non sono solo di immagine, ma anche di efficienza. Nessuno si fida dell’altro e tutti potrebbero cercare di sabotare le iniziative dell’altra agenzia, piuttosto che dell’altro dipartimento, quindi, il pericolo è che l’azione degli USA si faccia particolarmente debole nei prossimi anni. Questo, secondo me, è il vero problema. Da un punto di vista strettamente politico, invece, la questione è che Trump sarà molto dipendente dall’appoggio del suo partito, il quale non lo scaricherà se non nella situazione improbabile in cui ci saranno accuse contro di lui. Mentre, d’altro canto, le indagini che pendono su Trump lo rendono più malleabile e docile, come del resto è stato fino ad ora;  infatti, per ora si è abbastanza piegato a quelle che sono state le direttive del suo partito. Non ha cercato uno scontro con i suoi e diminuiscono sempre di più le possibilità che possa o voglia farlo.

Backchannel. Trump a filo diretto col Cremlino, Obama con l’Iran

Fonte: L’Huffington Post, 29 maggio 2017

 

Jared Kushner, dopo l’elezione di Trump, avrebbe proposto all’Ambasciatore russo di aprire un canale di comunicazione riservata tra il Cremlino e l’entourage del Presidente eletto.

Ciò ha destato scandalo, ma la cosa veramente sorprendente (dal momento che la distensione con Mosca era un tema centrale nella campagna elettorale) è, semmai, che solo dopo aver vinto le elezioni la squadra di Trump abbia creato un canale riservato coi Russi.

Quando nel 2008 l’allora Senatore Obama fece campagna promettendo di risolvere la disputa con l’Iran, non aspettò di vincere le elezioni per aprire un “backchannel” con Tehran. Secondo le rivelazioni di Michael Ledeen, mai smentite, si servì del diplomatico in pensione William G. Miller come tramite per i contatti coll’Iran. Iran che in quel momento era ai ferri corti col governo americano, non meno di quanto lo fosse la Russia negli ultimi mesi di Obama alla presidenza. Non bisogna aspettarsi che un candidato presidente, o peggio un presidente-eletto, possano vivere in campane di vetro finché non mettono piede alla Casa Bianca.

A Kushner si contesta però il fatto di aver chiesto di utilizzare un canale dei Russi per la conversazione. Davvero sorprende che l’entourage di Trump non si fidasse di stare sotto l’occhio vigile dell’intelligence Usa? La stessa intelligence che, di lì a poco, avrebbe lasciato filtrare i contenuti di una conversazione privata del consigliere di Trump, Michael Flynn, alla stampa. La stessa intelligence che avrebbe riferito ogni movimento osservato all’ancora al potere Barack Obama. Cioè al capo di un’amministrazione i cui residui pezzi negli apparati fanno a gara nello spacciare informazioni riservate alla stampa, arrivando al punto di rivelare segretissimi dettagli di una conversazione tra il Presidente Trump e il Ministro degli Esteri russo.

Non è insomma sorprendente che Kushner abbia cercato di dialogare coi Russi lontano da occhi indiscreti di suoi compatrioti; né ciò appare come una smoking gun per la tesi che vorrebbe Trump un “Manchurian candidate” di Putin.

Non solo geopolitica